Italia/Tajikistan 2010
GIORNO DELLA PARTENZA
Prima una ricca colazione a base di Amici…
e poi diretti verso Bari… il viaggio inizia!
ALBANIA e MACEDONIA
İmbarco a Bari
”Daı Dani mettiamoci sulle poltroncine”….questo ıl rısultato…
GRECIA
Saluto con l’albergatore dı Florina, piccola citta’ dell’entroterra greco dall’inaspettata vita notturna. Conoscıamo Jımmy, sımpatıco proprietario di un chioschetto di kebab che corre nel campionato superbike greco e appassionatosi al nostro viaggio ci fa un bello sconto sulla cena.
…attraversiamo Florina, dove abbiamo dormito per una notte, poi in volata Ptolemaida, Kozani, Tessaloniki, Alessandropoli e sosta a Xanthi, che doveva essere in realta’ una sosta sul mare ma che poi si è ridotta ad una piazzola semi-desertica con 40 gradi e polvere alta a 150 km dal confine turco.
strade ottime e moto ok!
CONFINE TURCO
…fino ad Ankara sarà “viaggio di preparazione”…
ISTANBUL
Qualche foto per rendere l’idea…..citta’ immensa, caotica e poliedrica!
by night:
GOREME, NEMRUT E ON THE ROAD …FINO AL CONFINE GEORGIANO

GEORGIA
Eccoci qui!T’Blisi/Georgia/Mondo…
abbiamo lasciato la turchia e i suoi paesaggi brulli e aridi alle spalle, in Anatolia sud orientale ho lasciato il cuore e il sottocasco al monte Nemrut Dage…che posto!85km di mulattiere e sterrati da Malatya per raggiungere la sepultura di questo folle, che si era fatto fare un tumolo di 50 mt di altezza di pietre e due altari puntualmente crollati per i terremoti, lasciando solo i busti e le teste mozzate ai loro piedi!Bellissimo!!
poi da Nemrut verso Diyarbakir e da qui Bingol, Erzerum e Artvin, dove sono arrivato a notte fonda con una ruota a terra,meno male che c’e’ San Fast!
Fra dice “fermiamoci qui, sembra carino!”e di fatto lo e’ se hai certe pulsioni da soddisfare, perche’ la storia dell’albergo e’ un a copertura per quel che poi si rivela essere un Bordello!!!Non consumiamo se e’ questo quel che vi interessa di piu’, perche’ a giudicare dal posto la siflide sarebbe stata la cosa piu’ blanda!e poi noi siamo gentiluomini!
La mattina 2ore per far intendere al gommista che doveva riparare la gomme e poi, che l’aveva montata al contrario!!
Via in fuga verso la Georgia tra passi e montagne bellissime poi dopo l’ennesima curva il Mar Nero davanti a noi!
Alla frontiera e’ un inferno..sotto il sole battente in fila di fianco al buzzurro di turno con fuoristrada motore in moto e aria condizionata a palla!Il calore e’ insopportabile!L’acqua nei camelback e’ buona per un the bollente delle 17, ma sono le 13 e noi siamo zuppi!se scuoto la testa sembro un Labrador dopo il bagno!
Alla frontiera conosciamo Peppuccio, un ragazzo dell’Azerbaijan di cui non ricordo il nome vero!Peppuccio dice che Baku e’ bellissima e che le strade sono peggio di quelle turche…poi capiamo che lui ha visto solo le strade buone della Turchia…Annamo BBene!!”a Fra come so ste strade Turche?” “Eh come so?So Turche!”
Con Peppuccio andiamo a fare il bagno nel mar NEro passato Batumi, in una localita’ chiamata Cobuleti…Peppuccio dice che il Mar Nero e’ salato!a me sembra praticamente dolce, ma lui e’ abituato al Caspio!
Si riparte, ma la notte ci sorprende mentre camion enormi guidano senza fari e l’intera fattoria di Zio Tobia si e’ riversata per la strada!La psicologia della mucca in mezzo di strada e’ alterna..sometimes attraversa d’inprovviso altre volte no e va dalla parte opposta alla tua…il maiale invece va da A a B pazienza se nel mezzo c’e’ il punto X di impatto con uno che vorrebbe andare in Tajikistan in moto!Zio Tobia invece e’ il bastardo che non fa niente per evitare che gli animali vadano sulla carreggiata a smaltire il pranzo!
la notte ci sorprende a 195km da T’Blisi, troppo pericoloso continuare, ci fermiamo in una locanda e chiediamo se ci puo’ ospitare…”Niet dice lui!”pero’ ci da il permesso di montare la tenda e ci fa intendere che nessuno ci disturbera’…mah!”che dio ce la mandi bona….e con le tette grosse!”
Dopo una cena a base di quello che e’ uno spezzatino in umido piccante oltre modo, andiamo a letto.
Incredibile ma la notte passa bene e il sonno vigile ma sereno.
Smonta la tenda, carica le moto, saluto, via T’Blisi arriviamo!
E arriviamo, T’Blisi e’ un po quello che e’, bella ma non sembra una capitale…ma va bene cosi’, la gente e’ cortese e l’aspetto e piu’che buono a conti fatti.
L’albergo e’ un appartamento in realta’ rimasto fermo all’800 sia negli arredi che nelle dotazioni!caratteristico che di piu’ non si potrebbe!ma e’ pulito, c’e’ un posto riparato per le moto e noi stiamo bene!che volere di piu’?
da T’Blisi per adesso e’ tutto
un saluto gente
AZERBAIJAN
Lasciamo T’Blisi direzione frontiera con l’Azerbaijan. Nonostante la fattoria di Zio Tobia per la strada e il modo di guidare dei georgiani questo paese ci mancherà e credo vi faremo certamente ritorno! Dopo un centinaio di chilometri, formalità alla frontiera Georgiana e poi passiamo a quella Azera… un'altro mondo! Il Custom office consiste di tre baracche in lamiera lungo una via sterrata con cancelli fatti con la rete per i polli! Accostiamo e ci fanno attendere. L'odore di urina permea l'aria e misto al caldo infernale… beh… non è certo il massimo. Tocca a noi! Entriamo. L'agente doganale è gentile e compila i moduli, ci fa le solite domande, poi ci chiede 30 euro, così tanto per… non avendo inteso subito l'antifona abbiamo pagato. Il tizio dell'Insurance è più diretto e ci chiede con gesto convulso soldi… quanti? boh? gli dò 10 euro gli faccio intedere che DEVE farseli bastare. Dopo qualche ora siamo fuori e avanziamo verso Baku. E' tutto piatto!La strada è una lingua di asfalto sconnessa che attraversa pianure interminabili e l'odore di diesel è forte anche dove non c'è niente e questa cosa ci disorienta non poco. La cosa buona è che la benzina costa veramente poco! Pranziamo al volo in una stazione di servizio e poi proseguiamo, sembra di non arrivare mai… A 100 chilometri da Baku il misfatto! Ci sono delle machine della polizia sul lato della strada, delle bellissime BMW serie 3 nuove, ne esce un poliziotto che sventola una paletta luminosa!Lo saluto con la manina e do gasss...col cazzo che mi fermo!Francesco non è così forunato ed è costretto a fermarsi, io tiro dritto nella speranza che si liberi dall'impiccio… aspetto, torno indietro. All'arrivo la scena e la seguente: Francesco che discute con un poliziotto e quello che ho salutato che sta per usare la palette in un modo diverso da quello usuale, nei miei confronti. Lo ferma un suo collega, io mi accendo una sigaretta e gli ne offro una. Francesco mi dice:"Carino e coccoloso, ci parlo io!" si, effettivamente a me hanno già fatto girare le scatole a sufficenza! Pare che io, non abbia rispettato una precedenza mentre stava arrivando una macchina da circa un chilometro di distanza e per questo vogliono 150 USD. Ci chiedono di firmare un verbale e pagare oppure ci portano in caserma, nel mentre i nostri documenti sono finiti in una valigetta piena di soldi! Discutiamo:"io non firmo nulla senza aver prima chiamato l'amabasciata!" il tizio si inalbera e dice che o paghiamo o non ci ridanno i documenti! Chiamiamo l'amabasciata poi passiamo il telefono al poliziotto. Dopo un po' ci chiede 50 USD.No cazzo non te li diamo!Poi chiede il pacchetto di sigarette, ci possiamo stare. Partiamo per Baku dopo aver perso un'ora con questi simpatici servitori della legge. Arriviamo esausti a buio, troviamo il porto, un anonima via senza cartelli e chiediamo del traghetto per Aktau, rispondono "Maybe Tomorrow!",ancora non lo sapevamo ma questa frase l'avremmo odiata di qui a poco. Troviamo un albergo, ci chiedono 100 USD, troppo, contrattiamo e scendiamo a 60 USD dopo che platealmente abbiamo finto di andarcene, ma eravamo troppo stanchi per farlo! Il giorno dopo, benzina e via al porto, richiediamo per il traghetto "Maybe in the afternoon!", ok poco male. Facciamo un giro, torniamo nel pomeriggio "Maybe tomorrow!" ehhhhhhhhhh!ma che cazzo... sono due giorni che ci rimpalli, c'è o no il traghetto? Ci spedisce al Custom Service, due baracche in un piazzale di asfalto senza un minimo riparo dal sole, il caldo è insopportabile, consegnamo i documenti e ci sbattono fuori sotto il sole. Nel mentre arrivano due ragazzi del Mongol Rally, sono Lilian e Tom e anche loro devono andare ad Aktau con un Ambulanza! Al Custom service ritroviamo anche Sabrina e Cristiano una coppia di Milano che con un Dominetor è diretta in Turkmenistan. Dopo poco arriva una fiat 600!sono Pete e Mark, altri due partecipanti del Mongol Rally londinesi e poi Giudit e Steve, gli altri due del Team dell' Ambulanza! Sono le persone con cui abbiamo passato due giorni memorabili bloccati al porto di Baku, in un piazzale di 20x20 metri, giocando a calcio, insultando le guardie che chiedevano mazzette per tutto, cucinando italiano e dormendo per terra dove capitava, di fatto fuori dal porto eravamo alla stregua di clandestini! L’amiciza nata con questi ragazzi ci riempie il cuore! Cristiano e Sabrina riescono ad imbarcarsi, mentre noi “I ragazzi del Porto di Baku Twentyfive dollar"non sappiamo ancora che fine faremo, i veicoli non possono più muoversi di qui e di fatto i nostri documenti ce li hanno i doganieri che vogliono soldi per riaverli! Nel pomeriggio arriva uno con la faccia più odiosa che abbia mai visto e ci dice che nel traghetto possono salire solo 6 persone e che gli altri devono prendere l’aereo, ma noi siamo otto! Discutiamo, ma niente da fare. Ci spazientiamo anche con i doganieri: "o hanno un buon motivo che non sia la mazzetta per trattenere i nostri documenti o che ce li ridiano o faremo un casino che si ricorderanno per un bel po. Otto ragazzi di diverse nazioni fermi in mano a un manipolo di stronzi!Ci ridanno tutto e senza pagare un centesimo! Perfino il facinoroso dottore che pretendeva la tessera sanitaria o soldi per un certificate dove dichiarava che eravamo immuni dall' epatite ci chiede di dimenticare il tutto! Ogni commento è superfluo! Purtroppo con la nave non va così bene, alla fine Pete e Steve prendono l' aereo e io e Fra paghiamo 250USD un biglietto che ufficialmente ne vale 153, ma o così o possiamo stare altri 4 giorni nel piazzale al sole, qui funziona così. Non ce ne voglia nessuno, ma finiamo tutti con l’odiare questo posto, sicuramente l’Azerbaijan ha molto da offrire, i pozzo di fango, gente cordiale, 5 microclimi su 8! Ma la nostra esperienza è stata veramente brutta e spiacevole. La nave lascia il porto di Baku la mattina alla 6! A bordo ci chiedono 50 USD per la cabina che di fatto abbiamo già pagato, non se ne parla, ci sistemiamo sul ponte, poi qualcuno mosso a compassione ci mostra le cabine e tutti crolliamo nel sonno. 24 ore, tanto dura la traversata, piacevolissima in compagnia di Mark, Judit, Lillian, Tom e Ivan un ragazzo russo che ci ha dato una bella mano col capire quel che gli azeri dicevano. Addio Azerbaijan, credo che non ci rivedrai per un bel pò, ed è un peccato…
KAZAKHSTAN
Mi sveglio prima di tutti gli altri e dall’oblò vedo la banchina
del porto di Aqtau sfilare sotto di noi. Francesco dorme di sasso!
Esco e l’odore acre dello zolfo mi investe, inrespirabile!
Mi lacrimano gli occhi! Sveglio gli altri! Aktau finalmente!
Salgono a bordo le guardie doganali e ci controllano
documenti e bagagli con i cani. Poi ci dicono che prima di lunedi’
i veicoli non possono lasciare il porto… eh? oggi è sabato…!
Dopo un po ci fanno scendere e portare fuori i veicoli dalla nave.
Entriamo nel Custom Office e quello che mi colpisce e’ una televisione
attaccata alla parete, vicino le foto segnaletiche,che trasmette un film
per bambini doppiato in kazako, ma non ci sono bambini in giro,
solo militari che non si accorgono di noi perché troppo presi dal film,
che poi prende anche noi,imbabolati dalla storia del ragazzino
nel paese magico che col cagnetto sfida la fata nera.
Usciamo tutti dal trance di colpo ed espletiamo le formalità.
Custom Declaration e via dicendo… dopo due ore si fa per uscire ma
mi bloccano! Hanno sbagliato a scrivere la targa e ora vogliono
che si rifaccia tutto da capo! ”Ok, Skolka?” in breve gli chiedo
quanto mi costa il loro errore… ce la caviamo con 20 USD.
Aktau e’ una citta’ indutriale, nel senso che le industrie sono
dentro la citta’, intorno il niente, solo steppa ed enormi tubazioni
che l’attraversano in tutte le direzioni.
Aktau nasce come come punto di estrazione dell’uranio e poi del petrolio.
Dopodiché è diventata una localita’ di villeggiatura.
Con Ivan andiamo a mangiare in un locale dove fanno il pesce del Caspio,
non male ma non regge il confronto con il nostro, Francesco ha il barbaro
coraggio di prendere degli spaghetti alla carbonara, di fatto una pasta
al forno con becon non infornata!
Troviamo due appartamenti in un residence vista Caspio, e tempo poco
siamo a mollo in quello che in realtà è un gigantesco lago!
L’acqua non è salata, ha solo il sapore oleoso del combustibile!
ma va bene lo stesso!ci divertiamo tutti insieme a cercare di fare
la pila umana ma Tom rovina sempre tutto cascando dalla sommità!
La sera cena italiana! cuciniamo io e Fra, pasta alla carbonara,
quella vera nel limite dei prodotti reperibili ad Aktau.
La serata passa tranquilla
Steve, suona l’ukulele, io regalo la mia maglia da gioco a Mark,
strappandogli la promessa di organizzare un amichevole di rugby.
Francesco crolla e io poco dopo di lui.
La mattina siamo tutti carichi al massimo, tutti esultiamo per
non si sa bene cosa.
Sgassate, yeahhh e yohooo si sprecano ”Beineu stiamo arrivando!”.
Io foro per l’ennesima volta e perdiamo tre ore tra ritrovare la mia
posizione, visto che ero rimasto indietro, prendere gli attrezzi e
portare la gomma 10 chilometri indietro da un gommaio!
Risolto il problema si riparte.
A soli 200 km da Aktau, quando l’asfalto cede il passo allo sterrato
la musica cambia di colpo! La strada e’ una cosa che si stenta a
dire sia o sia stata una strada. Si tratta in realta’ di una massicciata
che doveva, chissa’ quanti anni fa, essere asfaltata, ora ci sono solo
buche enormi e consecutive, sabbia, ghiaia e i carichi persi dai camion,
il tutto guidando in un fitto polverone che riempie e polmoni e riduce la
visibilita’ a poche dicine di metri.
L’ambulanza e la 600 arrancano a 20 km/h, noi viaggiamo sui 40km/h
ma rischiando di cadere ad ogni ostacolo.
Si guida in piedi sulle pedane, peso spostato indietro e del gran gas,
perché se rallenti la moto divente ingestibile!
Ogni tanto ci fermiamo e aspettiamo che gli altri ci raggiungano.
Ne approfittiamo per scattare foto ad un paesaggio desolante
e stupendo!
Piste di sabbia si separano dalla via principale e portano lontano,
oltre l’orizzonte, di tanto in tanto piccole necropoli rompono
il paesaggio piatto della steppa.
All’ennesima sosta, ci coglie di sorpresa una tempesta di sabbia,
almeno crediamo che una tempesta di sabbia sia così,
non abbiamo mai vista una!
Il vento soffia forte, la visibilità è zero, la polvere è da per tutto
e si sente il ticchettio della sabbiolina sui caschi e sui vestiti,
un esperienza elettrizzante!
Ci ripariamo sotto una pensilina dell’autobus che chissà chi aveva
providenzialmente montato li’!
Dopo un po tutto finisce come era iniziato, all’improvviso. Si riparte!
La strada incredibile a dirsi,riesce a diventare peggio di prima!
Mentre viaggiamo paralleli vedo sulla traiettoria di Francesco
una voragine enorme, poi sento la sua moto aumentare di giri e penso
“si va beh, è caduto non c’è verso!” e invece lì affianco a me!
Come cazzo ha fatto?! Miracoli del SuperTeneré!
Si prosegue fino a notte, arriviamo a Saiotesh a meta’ strada dopo 80/100
chilometri di sterrato massacrante! Chiediamo per un albergo in un paese
che non si sa perchè sia li e perchè esista.
Un locale su una Uaz ci accompagna a una locanda per camionisti,
ci indica una porta chiusa, poi tira fuori un coltello e cerca di forzarla!
Non ci riesce e chiede a noi di farlo. Ci riusciamo ed entriamo,
c’è odore di capra e dromedario, per terra c’è sporco e ci chiedono
di toglierci le scarpe come usa qui. 60 USD per domire tutti in camerette
con due letti per stanza fatti di assi di legno e una coperta.
Non c’è acqua e il bagno consta in una baracca sul retro con un pavimento
di tavolato e un buco al centro.
Mangiamo alla meglio e andiamo a letto esausti!
La mattina sveglia presto, colazione con nestcafe’ e dei biscotti regalatici
da un camionista, poi via verso Beineu, stavolta esultiamo meno, anzi
nessuno esulta.
Per la strada troviamo due ragazzi italiani con un 4runner che rientrano
dalla Mongolia, due chiacchere sulla strada, saluti e auguri di buona strada.
La strada incredibilmente migliora, arriviamo a Beineu nel giro di mezza giornata.
Ci fermiamo tutti a un minimarket per fare rifornimento di acqua e viveri,
in questa due giorni di steppa abbiamo dovuto dar fondo a tutte le riserve!
E’ il momento di salutarci, i ragazzi del Mongol Rally devono proseguire per
Astana e noi per l’Uzbekistan.
Siamo tutti visibilmente emozionati, qualcuno si commuove ma tutti siamo
sinceri nel dire che e’ stata un’espertienza bellissima e che dobbiamo
assolutamente rivederci!!
Mentre noi sfiliamo via con le moto, dopo gli abbaracci, i baci e gli auguri
di buona strada Mark inizia un applauso che gli altri seguono.
Sembra il giorno della nostra partenza, solo che stavolta gli amici li’ abbiamo
trovati lungo la strada, che ci ha unito in un legame che speriamo sia davvero
forte e duraturo.
Gli 80 chilometri che ci separano dal confine li facciamo con gli occhi lucidi
per l’emozione a 100 km/h.
La strada è un mix di brecciolino, buche e dossettini, ad entrambi vengono
in mente le parole di Gianni riguardo a quel Tipo che guidando sotto velocità
con un BMW R1200Gs Adventure era finito 5 volte per terra fino a farsi venire
un collasso! Ci diamo del gran gas, fino a quando non sentiamo le moto stabili
gas e si tabilizzano, ondeggiando e galleggiando dolcemente sul brecciolino
solo dopo i 90 Km/h.
Raggiungiamo la frontiera Uzbeka in meno di un ora, una guardia ci aiuta e
ci guida agli uffici ”quanto ci chiedera’ ora?” non vuole nulla, ci sentiamo quasi
in colpa per averlo pensato.
Usciamo dalla frontiera kazaka verso quella uzbeka, in una strada che sembra
un bunker di sabbia in un campo da golf.
Ciao Kazakistan, ti lasciamo un pezzo del nostro cuore, la promessa di tornare
presto e ti ringraziamo per la bellissima esperienza che ci hai fatto vivere.
UZBEKISTAN
Uzbekistan terra di deserto e vita…
Alla frontiera ci fanno rimbalzare da un ufficio all’altro, ma una guardia che
parla un inglese stentato ci aiuta nell’espletare le pratiche.
Dopo un paio d’ore siamo di nuovo “on the road”, la strada e’ asfaltata
ma dissestata, certo che dopo Aktau-Beyneu, tutto sembra una tavola!
La steppa cede lentamente spazio al deserto, che lo ruba avidamente.
La vegetazione bassa e cespugliosa diventa sempre piu’ rada, fino a sparire
quasi del tutto.
La notte ci raggiunge mentre siamo ancora distanti da Q’on girot almeno un
centinaio di chilometri.
Ci ostiniamo a proseguire, qui intorno non c’e’ niente, non una casa cui
chiedere ospitalita’, non un riparo, nella distesa piana desertica, in cui
nascondere le moto e la tenda.
Mentre viaggiamo sulla strada comincio a vedere alberi e neve! Mi sembra una
strada innevata con una foresta di abeti ai lati! No, impossibile! Scuoto la
testa, strizzo gli occhi, tutto torna piatto.
Dopo un po’ di nuovo. Ora basta e’ il momento di fermarci. Con 500 km di strada
alle spalle di cui 250 di sterrato non e’ possible proseguire.
Francesco mi dice di vedere le stesse cose, fatta eccezione della neve…bah! La
cosa mi tranquillizza un po’.
Cerchiamo una stradina laterale che conduce nel deserto, la imbocchiamo e a
fari spenti ci addentriamo nel buio.
Montiamo la tenda, mangiamo dei noodles in brodo di pollo e ammiriamo lo spettacolo del
deserto intorno a noi.
Siamo veramente meno di niente qui in mezzo. Soli sotto un cielo di
stelle, spaventoso e bellissimo.
Camuffiamo alla meglio le moto per non essere visti dalla strada,
ma dopo qualche minuto smettono di passare anche quei rari camion che arrivano dal
confine kazako.
Scivoliamo in un sonno vigile ma sereno.
La mattina caffettino e biscotti e via.
La strada pochi chilometri piu’ avanti diventa un cantiere con scavi, buche,
dossi e cartelli, che indicano i lavori in corso, rovesciati nel mezzo della strada.
Farla la notte prima sarebbe stato un suicidio!
Lo e’ anche oggi in pieno giorno. Sul tracciato compaiono d’improvviso delle
piccolo dune di sabbia accumulate dal vento e il rischio e’ di insabbiarsi ogni
volta per non parlare della difficolta’ di guidare nel polverone dei camion e
delle moto stesse.
Cerchiamo di stare paralleli ma gli ostacoli improvvisi non ci permettono di
farlo, per non parlare dei massi e dei mattoni persi dai camion che ci
precedono. Sembra uno schema di “Super Mario Kart” perche’ da queste parti non
usa montare la sponda posteriore e ad ogni buca
perdono qualcosa…e se te sei li’ dietro.
Questa strada sarebbe il paradiso per ogni pilota di cross, ma noi non lo
siamo. Diamo del gran gas e facciamo peripezie
per non cadere.
A un certo punto nel polverone riesco a visualizzare un bel dosso, sara’ alto
un metro scarso, troppo vicino per frenare. Istintivamente do gas, salto, mi
viene in mente la scena di ET nel cestello della bicicletta che vola davanti
alla luna, ma io ET del cazzo non ce l’ho e piombo giù. Miracolo delle
sospensioni della mia amata Eva e di non si sa quali santi riesco ad atterrare
sul selciato e continuare la corsa senza cadere. 50 metri più avanti mi fermo
tremando da capo a piedi. Si affianca Francesco e gli dico balbettanto: “Ma hai
visto che roba?” “Si!” ed era più bianco di me.
100 metri dopo per evitare una frenata di Francesco mi insabbio e cado, la
prendo a ridere di gusto, la sabbia è morbida e io stavolta andavo piano.
Nessun danno ne’ mio ne’ di Eva. La tiro su e si prosegue.
Arriviamo a Q’on Girot. Ci sembra una piccolo Olanda. D’improvviso, da che
eravamo nel deserto, una distesa piana verde e lussureggiante con alberi, si
alberi, era una vita non nevedevamo uno, canali e campi coltivati, ma la gioia
dura poco perché io foro di nuovo, il posteriore stavolta.
Si ferma un omino con un sidecar e uno con un camion. Vogliono darci una mano e chiediamo
quindi al tizio del sidecar di portare la gomma in paese e farla riparare. Francesco
lo segue mentre io rimango solo a scrivere dell’accaduto sul diario.
Dopo poco tornano con il tipo che pretende 10.000 Cym, l’equivalente di 5 USD, per il disturbo. Gliene
diamo 4.000 ed si allontana contento.
In paese ci fermiamo al mercato e siamo subito circondati da gente del posto che ci
chiede di dove siamo, dove andiamo, quanti litri contegono le moto, chi le
produce, quanti cilindri, quanti cavalli… un po’ in russo e un po’ con disegni
spiegamo tutto.
Il bazar è bellissimo, un trionfo di vita pieno di spezie tappeti e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Compriamo due focacce e dell’acqua: il nostro pranzo.
Tappa al distributore e scopriamo una cosa che già sapevamo, trovare la
benzina in Uzbekistan è un macello. Ci chiedono 50 USD per 30 litri di benzina
agricola che avra’ si e no 70 ottani…e noi siamo a secco! Trattiamo facendo gli scocciati fino a che ci dicono di seguirli ad un altro
distributore.
Li’ conosciamo Anuar il figlio del gestore che parla un buon inglese ed è
gentilissimo. Ci invita a pranzo da lui ma rifiutiamo dato che dovremo essere a Khiva
prima di sera per rivederci con Sabrina e Cristiano.
Anuar ci da la benzina migliore che ha a 30 USD un prezzo ragionevole tutto sommato.
Ci scambiamo i numeri e ripartiamo con l’idea di rivedersi a Tashkent.
Arriviamo nei pressi di Urgench e non c’e’ un solo cartello che indichi Khiva.
A ogni richiesta di informazioni ci indicano una strada diversa e così ci
facciamo quasi 70 chilometri su e giù alla ricerca prima di un ponte, poi di un ponte
di barche, poi di una chiatta per poi capire che l’unico modo per arrivare a
Khiva è una lunga devizione lungo il confine turkmeno di 160 chilometri, ovviamente infattibile
data l’ora tarda e la stanchezza.
Con dispiacere cerchiamo riparo a Beruni, piccolissimo paesino dalle case
intonacate con paglia e fango.
Chiediamo per un albergo, per scrupolo, perche l’idea è che non ce ne siano.
Una guardia ci accompagna, ce ne sono due, ma sono tutti e due pieni per una festa del paese.
Aquesto punto ci affianca un tizio con una motoretta Jawa 350 con uno dei cavi delle candele che
va a massa sulla testa in una cascata di scintilla “Fra, questa devi proprio
vederla!”.
Il tizio e Mahmud e con Hamid, ci invitano a stare da loro. Abbiamo
alternative? No! Li seguiamo recitando il nostro motto di sempre “…che dio ce la
mandi bona e con le tette grosse…”
La casa di Hamid e’ situate nella periferia. Di fronte ha una macchina
smontata e l’aspetto è di generale decadimento. La casetta è fatta con
mattoni e intonaco di paglia e fango.
Le moto ce le fanno mettere dentro il portone che però ha uno scalino enorme da superare
e dobbiamo arrangiarci con due assi di legno e tante energie per tirarle su di peso.
Hamid ci chiede in un inglese misto al russo se vogliamo fare una doccia.
“Da!!!” rispondiamo, sono tre giorni che non ci laviamo. Ci fa strada in giardino tra capre
e polli.
La doccia consta in delle assi di legno e quattro tubi di ferro che sorreggono
delle tende e un secchio posto alla sommità della struttura, con un rubinetto
e un doccino di un innaffiatoio.
L’acqua è tiepida e dopo giorni difficili come quelli passati non vorremmo
essere in altro posto che quello!
Ci vestiamo e ci fanno entrare in casa. E’ uno stupore vedere l’interno completamente arredato con tappeti di una fattura bellissima. Le porte sono
verniciate di azzurro e le cornici sono riccamente decorate con motivi tipo
ellenici in gesso.
Ci fanno entrare in una stanza dove c’è una tavola bassa imbandita per noi circondata da cuscini.
Ci sdraiamo e mangiamo con Hamid e Mahmud mentre quest’ ultimo riprende il tutto
con la telecamera. Hamid è gentile, ci chiede se vogliamo della vodka e delle
sigarette, beh perchè no? Mahmud sparisce e ritorna con vodka e sigarette.
Dopo i crostoni i figli di Hamid portano del Plov buonissimo. Beviamo,
scherziamo e parliamo lingue diverse ma ci pare di capirci in tutto quel che
diciamo…magari e’ l’aiutino della vodka!
Che serata.Un esperienza memorabile!
Arriva il momento di andare a dormire.
Il nostro letto è nel giardino, con le capre, ma a noi andrebbe anche bene se
nel frattempo non fosse arrivato il padre di Hamid (che per inciso ha 40 anni)
che con un urlo fa intendere che è parecchio contrariato dal fatto che suo figlio sia evidentemente alticcio!Morale: rimontiamo le
moto e ci spostiamo a casa di Mahmud.
Ad Hamid ho lasciato il mio orologio dell’Empoli Rugby, gli piaceva e io avevo
piacere che lo tenesse lui proprio per quanto ci fossi affezionato.
A casa di Mahmud, più nel centro del paese, ci sono delle coperte stese su un
tappeto, le moto sono al sicuro nel giardino e tutti e tre, io, Fra e Mahmud
crolliamo nel sonno.
La mattina, il tavolo accanto a noi è già imbandito con una colazione
buonissima: latte e riso, uova, noci e uvetta, del pane fatto in casa, biscotti
e delle sfoglie molto simili ai nostri “cenci”.
Il tutto è apparecchiato con porcellane decorate e posate cesellate e si
capisce che è tutto lì solo perchè ci siamo noi, dato che Mahmud che mangia con noi usa ben altre stoviglie.
Mahmud ci presenta sua moglie, le sue bellissime bimbe
e i suoi genitori.
Facciamo le foto insieme e ringraziamo ma ogni ringraziamento ci pare non
ripagare abbastanza l’ospitalità ricevuta.
Mahmud ci accompagna per un pezzo di strada, poi ci salutiamo con abbracci
calorosi e via verso Bukara!
Lungo la strada a intervalli regolari ci sono posti di blocco delle polizia ma nessuno ci controlla mai veramente. Solo le classiche domande in russo’’Atkuda?Skolka kilometer?Skolka liter?skolka cylinder?Skolka stoit?’’ ovvero da dove venite, quanti chilometri, quanti cilindri hanno le moto e quanto costano in dollari, le nostre risposte sono sempre cordiali ma ormai quasi meccaniche! Per farci intendere scriviamo sulla sabbia accovacciati con le guardie che ad ogni numero tracciato si guardano negli occhi ed esclamano ‘ohhhh!’, la piu’ quotata e’ Mucca che tutti vorrebbero comprare ma Fra sorridendo declina sempre le offerte generose, 200-300-500 USD.
La strada non e’ male solo talvolta e’ invasa dale dune di sabbia e diventa difficile superarle.
Nel deserto ondulato talvolta si vedono delle Yurte di pastori nomadi con le greggi di pecore, i bambini corrono fuori e salutano mentre i genitori stesi all’ombra si limitano ad alzare il braccio.
La strada e’ rovente mentre in lontananza sembra quasi liquida, tipico miraggio di queste parti.
Ad un certo punto gli occhi si chiudono, col caldo e il paesaggio sempre uguale e’ ardua.
Ci fermiamo per un caffettino nel deserto e mentre prepariamo la macchinetta sopraggiunge una Honda Dominator rossa che accosta.
E’ Pierfelice un gioelliere romano che sta rientrando dalla Mongolia in Italia con l’ammortizzatore posteriore rotto!
“Pierfelice ti va un caffe’?” chiaccheriamo un po’ ed e’ bello condividere esperienze con chi ti somiglia e poi tutti i motociclisti hanno lo stesso odore addosso di polvere e sudore, con le giacche segnate dai percorso scelti, sara’ per quello che ci riconosciamo al volo?
Il caffe’ lo prendiamo in due fondi di bottiglia e con una sola bustina di zucchero in tre, ma va bene lo stesso.
Salutiamo anche questo piacevole incontro e proseguiamo.
Bukara ha due centri, uno moderno e quello storico, inutile dire che a noi interessa quest’ultimo.
A ogni richiesta di informazioni, dopo le solite domande di rito, atkuda,skolka etc…ci ritroviamo sempre nella stessa via con negozi e palazzi nuovi. Ma dov’e’ la favoloso Bukara? Alla fine capiamo il trucco e troviamo per caso le mura vecchie, ci intrufoliamo con le moto nella prima breccia ed ecco quello che volevamo!
Bukara e’ bellissima, sembra la citta’ di Aladin, piccolo casette di fango basse, bellissime Medrese arricchite da mosaici colorati e cupole color cobalto…il tempo si e’preso una pausa qui.
Troviamo un alberghetto carino, proprio dietro la moschea e a due passi dalle Medrese, lo ZargaronHotel, per pochi dollari ci lavano anche le moto, che pero’ devono stare fuori ma con la garanzia che un tizio le controllera’ notte e giorno.
Poche ore dopo arrivano anche Sabrina e Cristiano, quest’ultimo smadonnando per le condizioni della strada! E’piacevole sentire un po’ di italiano incazzato ogni tanto!
Svestite i panni polverosi da riders e docciati sembriamo dei turisti qualunque, non ci piace nemmeno un po’ come sensazione ma dobbiamo adeguarci al fatto.
La cena e’ base di carne di montone e patate, il tutto accompagnato dall’inossidabile e gassatissima birra Sarbast! Al centro della piazza c’e’una bellissima fontana rettangolare, sovrastata da una delle Medrese piu’ antiche. E’ tutto talmente bello da sembrare finto, un set creato appositamente per un film. Alle 23:00 in punto, si spengono i giochi d’acqua, le persone di alzano di scatto e se ne vanno mentre i camerieri sparecchiano al volo e rimettono a posto i tavoli! Gli unici quattro a fare tardi, le 23:15, siamo noi!
Il giorno dopo ricca colazione e via a passeggio per i Bazar e le Medrese della citta’ vecchia. Il nostro intento e’ trovare il famoso Char minar, “un monumento tutelato dall’Unesco e recentemente riportato a nuovo splendore”. Si ok, dalla guida sembra valga davvero la pena ma dove e’? Cristiano consulta la mappa della sua guida (la nostra ce l’ha ancora Mark) come se tenesse in mano un volante! la gira sottosopra, la guarda in trasparenza, poi domanda ma nessuno sa niente! Gli chiedi dov’e’ il Char minar e sembra di chiedergli dov’e’ Bin Laden. L’omerta’ e’totale!
Alla fine troviamo una specie di palazzatto isolato, niente di che, veramente, quattro mura anonime! Ci convinciamo che quello sia il favoloso Char minar e gli facciamo pure una foto! Un vecchio, non si sa bene come e perche’, si avvicina e ci dice”Char minar?” e noi ”e’ questo!”ci guarda, scuote la testa e ci indica una strada…la seguiamo. Il Char minar e’ davvero bellissimo e nemmeno lontanamente simile alla casa del povero vecchio.
Continuiamo a girovagare per la citta’vecchia fino all’ora di pranzo, kebab di montone e riso basmati, bleeee!
Salutiamo Cri e Sabri che continuano il tour verso le mura esterne e ci chiudiamo in un internet poin con connessione 56k o poco piu’ veloce ad aggiornare il sito. All’ora di cena siamo cotti, gli occhi arrossati, difficolta’ ad articolare parole ma ne e’ valsa la pena.
Ma dove’e’ la moto di Cri? L’ha messa nel giardino dell’albergo. Il perche’ lo capiamo dopo cena. Il portiere ci chiama in disparte e ci dice che se vogliamo che le moto siano controllate dobbiamo dargli 5 USD altrimenti lui non vedra’ nulla in caso di furto. Non per i 5 USD, figuriamoci, ma il modo e la messa in scena ci fa veramente perdere le staffe. Dopo un rapido scambio di battute in inglese in pieno stile Oxford, apriamo le porte della reception e passiamo a moto accese nel corridoio dell’albergo per mettere anche noi le moto nel giardino interno!
La mattina alle 7:30 suona il telefono della stanza, e’ il manager che dice furioso che le moto devono stare fuori. Che errore madornale svegliare quattro persone che il piu’ delle volte dormono per terra mangiando una volta al giorno e con poca acqua. Con l’aiuto di Cristiano detto “il Vecchio Catarroso” la partaccia che facciamo al povero Manager lo solleva da terra di mezzo metro e quando tutti e quattro abbiamo finito di rincarare la dose il suo sguardo e’ sotto le mattonelle di gress. Eh che cavolo, inutile dire che nel frattempo il sedicente portiere era sparito.
Partiamo per Samarcanda.
La strada e’ un trionfo di verde e acqua, l’attivita’ dell’uomo ha strappato un poco alla volta brandelli di veste dorata al deserto per dargli nuova vita e nuovi colori.
Per la strada ci fermiamo per riposare le gambe e arrivano istantaneamente due vecchietti, un uomo e una donna e uno stuolo di nipotini. La nonnina e’ orgogliosa del nipotino che conosce un po d’inglese e traduce per lei il suo invito a restare per la cena e per la notte. Decliniamo anche se la cosa e’ bella e commuovente perche’ qui nonostante tutto sia molto umile, sono sempre pronti ad offrirti tutto cio’ che hanno pur di averti tra loro.
Non contenta la nonnina manda uno dei suioi nipoti in casa che torna con un cesto pieno di futta. Ringraziamo, ci facciamo una foto tutti insieme, poi prendo il mio coltello da campeggio e lo regalo al giovanissimo traduttore. Lo sguardo del ragazzetto si illumina e io mi sento un po’ MacGyver che regala il fidato coltellino svizzero che ogni bambino della mia generazione vorrebbe!
Nel frattempo notiamo che Francesco e’ cereo in volto ma dice di stare comunque bene, o benino almeno.
Arriviamo a Samarcanda. Ci fermiano davanti al Registon…Fra e’di un colore indecifrabile, sudato con gli occhi assenti.
Troviamo un alberghetto, mettiamo le moto in garage e prendiamo le stanze…la morale e’ che Francesco si e’ probabilmente preso un bel virus con il latte scaduto della colazione.
Io e Fra rimaniamo in stanza mentre Sabri e Cri vanno a cena…poveraccio sta proprio male. E’ piegato in due sul letto scosso da tremiti con la febbre alta. Chiamiamo mia madre che per telefono ci dice il da farsi e per fortuna abbiamo medicine di ogni tipo.
Il giorno dopo Fra sta un pochino meglio e lo abbandoniamo al suo destino mentre io, Cri e Sabri andiamo a fare un giro per Samarcanda, il Registon, le Medrese, il mercato alimentare, il cimitero, la tomba del Profeta Daniele e il sito archeologico di Marcanda, il primo insediamento distrutto e raso al suolo da Genghis Kahn incazzato per il trattamento riservato a suoi ambasciatori.
Gli scavi archeologici in realta’ non si vedono nemmeno e il sito e’ una collina arsa dal sole e popolata da dromedari e capre.
Rientriamo nel pomeriggio e andiamo tutti e quattro a mangiare al solito posto dove ormai siamo abituee, un ristorantino al primo piano vista Registon. Fra mangia due bocconi due e poi sparisce di corsa, dove andra’?Boh!Gli lo avevamo detto di non mangiare ancora!
La sera arriva presto qui e non resta che ritirarci.
Il giorno dopo aiutiamo Cri e Sabri a montare i bagagli sulla moto, loro partono per il grande rientro via Kazakistan e Russia, noi ci tratteniamo per fare il giro che Fra non ha fatto.
Salutiamo Cri e Sabri con la promessa di rivederci al rientro a casa.
Ci dedichaimo al giretto e nel Registon allungo qualche Cym a una guardia per salire sul minareto, tecnicamente interdetto. L’avessi mai fatto! Dovevano essere loro a pagare me per fare una scalinata, ripida, stretta e senza aria, ma arrivato in cima Samarcanda e’ ai miei piedi ed e’ bellissima.
Finiamo di fare i turisti nel nostro ristorante e torniamo in albergo. Fuori il Muezzin canta la sua melodia e dai vicoli arriva l’odore di Plov e del pane appena sfornato, cosa vogliamo di piu’ dalla vita?
Sveglia, breakfast, bagagli sulle moto, saluti e via, direzione Dushanbe.
Dopo 50 km scarsi siamo ad espletare le formalita’ doganali e passiamo le due frontiere abbastanza velocemente.
Siamo in Tajikistan!
BUKHARA
TAJIKISTAN…TRA I PILASTRI DEL CIELO
Tajikistan dove arrivi quasi a toccare le stelle…
Il primo tratto di strada scorre piacevole. 50 km di asfalto bucherellato ma percorribile a buona velocita’…poi…poi inizia lo sterro e i miei moccoli! Ho la gomma posteriore ridotta a una gomma stradale e del tassello c’e’ solo il disegno ormai. Fra mi rassicura che durera’ e io voglio credergli ma l’unico modo per preservare la gomma il piu’ a lungo possibile e’ limitare l’uso del freno posteriore, cosa non proprio facile quando l’80% delle strade sono sterrate, ma d’altronde Fra non usa piu’ il suo dalla Grecia per un problema alla pinza.
Finsice il piano e iniziamo a risalire la M34 in direzioni Ayni. Ogni tanto c’e’ qualche ponte cadente o caduto che permette di attraversare dei fiumi agitatissimi del colore delle montagne che erodono. In vita nostra ne’ Fra ne’ io avevamo mai visto un fiume colore sangue o grigio! Fanno paura! Qui la natura ti fa sentire niente o meno se possibile!
La M34 la stanno ancora costruendo i cinesi ed e’ una variante che permette di evitare il passo a oltre 3.000mt.
Unico neo, anzi uno dei nei della M34, e’ l’angoscioso tunnel di 7km che passa sotto la montagna a circa 2.000mt di profondita’, completamente buio, senza ventilazione e invaso dall’acqua proveniente dalle infiltrazioni.
Un’esperienza traumatica? Non sapremmo dire, sappiamo solo che usciti da li’ non ci vorremmo piu’ rientrare e invece lo rifaremo!
Il passo serpeggia sul fianco delle montagne, sterro, asfalto, sterro, asfalto bucato, pietraie e sterro di nuovo: la gioia di ogni motociclista alle prime armi resa ancora eccitante dallo strapiombo di centinaia di metri sul vuoto. Il giubilo poi e’ totale quando la strada stringe, ci sono i camion e sotto c’e’ il fiume in piena.
Lungo la strada ci imbattiamo in fantasmi neri che camminano mestamente sul bordo della strada che, si avvolge su se stessa in tornanti che sembrano le spire di un serpente. Sono i minatori che escono dalle profondita’ delle miniere di carbone.
Arriviamo a Dushanbe, la citta’ del culmine dello sballo sovietico! Non ha molto da offrire e quel poco che ha, lo offre male, eccezion fatta per la copia sputata della Casa Bianca, sede delle residenza presidenziale abbarbicata su una collina che sovrasta la citta’.
Troviamo un albergo grazie a un taxista che ci scorta, non e’ un granche’ ed e’ caro ma ci accontentiamo. Cena da Chicken Fried, la copia tajika del KFC americano. Stanno per chiudere e arraffiamo al volo quel poco che e’ rimasto dietro il banco e lo divoriamo insieme a delle Pepsi col sapore di cannella.
La mattina facciamo colazione al Bazar con yogurt biscotti e merendine, la colazione dei campioni insomma! Al benzinaio mettiamo 5lt alla volta e ad ogni gallone il ragazzotto urla a squarciagola al gabbiotto posto al centro del distribuotre di far ripartire l’erogazione. Ma che modo di complicarsi la vita?!!
Si parte, destinazione Kalaikhum e finalmente Fra dice ”Benvenuti sulla M41!”. In realta’ il benvenuto ce lo da la M41 stessa perche’ in tempo breve la strada lascia spazio a una pista tortuosa in salita completamente sterrata e piena di pietre.
A tratti nelle anse della strada, ci sono dei guadi e cascate, relativamente semplici da attraversare e il tutto ci ricorda un po’ le scene di Jurassik Park.
La strada culmina in un passo sterrato a 3.300mt con un freddo cane e l’ennesimo posto di blocco. Dalla partenza da Dushanbe all’arrivo ci fermeranno almeno 11 volte in cui ci chiederanno passaporti per registrare su dei quaderni sdruciti il nostro passaggio. Bah!?
A circa 150km dalla destinazione ci imbattiamo in Martin, un uruguaino partito sei mesi prima da Barcellona in bicicletta per tornare a casa. Ha un raggio posteriore rotto ma non possiamo aiutarlo perche’ gli serve un attrezzo apposito per rimuovere gli ingranaggi della ruota. Fermiamo un fuoristrada e carichiamo la bicicletta, lo rincontreremo in citta’.
Si prosegue, ci sorprende una pioggia fitta e battente che annienta lo spirito e la voglia di continuare, ma di fermarsi non se ne parla.
Scendiamo lungo il fianco di una montagna e ci ritroviamo in una gola stretta con l’ennesimo blocco dell’esercito.
Ancora documenti, ancora domande e ancora registrazioni ma per fotuna Kalaikhum e’ pochi chilometri avanti.
Non ci sono alberghi ma un ragazzo ci offre una stanza per 4 USD a testa.
Smontiamo le moto, Martin smonta la bici e andiamo a cena nell’unico ristorante che in realta’ assomiglia a un circolino Arci del paese…ma anche paese e’ dire troppo.
Non c’e’ menu’ e quindi il piatto e’ uno solo: hamburger di montone con uovo fritto, grano bollito, una specie di pasta scotta e riso, stop, anzi no una birra calda. Mancava solo una spugna imbevuta di aceto per dolce ed eravamo apposto.
Andiamo a dormire. Qui non usano i letti, ma tappeti su cui dispiegare lenzuola e coperte ma ormai siamo abituati a tutto e dormiamo tutti e tre senza problemi.
All’alba io e Fra siamo gia’ operativi e pronti per raggiungere Khorog percorrendo il confine afgano.
Colazione in una bettola di fianco al ristorante/circolino con uova e salsicce che avevano visto sicuramente giorni migliori…che ce la faranno pagare di li a poco.
Prima di partire la visita al bagno e’ d’obbligo e qui apriamo una breve parentesi sui bagni tajiki.
Il bagno in Tajikistan, esattamente come in Uzbekistan, Kazakistan e Turchia, e’ un piccolo casottino arrangiato, quando si e’ fortunati in muratura, con un buco al centro del pavimento in cui si deve…beh…fare centro.
Per tutto il tragitto fino a Khorog abbiamo alla nostra destra il fiume Pamir e oltre questo l’Afghanistan con piccoli villaggi incastonati come gemme tra le alte montagne e il corso del fiume, dove si vedono i tipici signori con quella specie di turbante in testa che in Tv compaiono su Al Jazeera.
Lungo la strada ci imbattiamo spesso in dei campi base del FSD, l’ONG tedesca che si occupa dello sminamento di queste zone, devastate purtroppo dalla guerra civile in tempi non troppo lontani.
La strada non e’ malvagia, alterna asfalto distrutto a sterrati semplici e qualche guado un po’ piu’ impegnativo dovuto a ponti crollati.
I residuati bellici sono ancora ben visibili come le carcasse di carriarmati BMP lungo la strada e nel fiume.
Quando ci fermiamo per le foto o per sgranchire le gambe fuori dal tracciato stradale, cerchiamo di camminare sui nostri passi e di non allontanarci troppo. Non si sa mai che si possa inciampare in qualcosa che fa il botto.
Troviamo qua e la’ villaggi molto piccoli e spartani, dove i bambini ci corrono incontro salutando “Hello!Hello!Hello!”e porgendo la mano per dare il ‘cinque’, lo faccio una volta sola e per poco non gli porto via il braccio.
Quando possiamo ci fermiamo e distribuiamo i pennarelli che ci siamo portati dietro e anche se intimiditi, vediamo la felicita’ nei loro occhi.
Arriviamo a Khorog nel tardo pomeriggio e troviamo sistemazione in un alberghetto con il bagno in comune, ma ci va bene perche’ almeno e’ all’europea.
Troppo stanchi per smontare le moto e provati dall’ennesima intossicazione delle famose uova sopra citate, ci facciamo la doccia e andiamo a letto.
A Khorog rimaniamo due giorni, mangiando Dissenten e bevendo enterogermina.
Due giorni che ci hanno fortemente provato.
E’ il 27/08/2010 leggermente ristabiliti ma non troppo ripartiamo con destinazione Murgab.
A pochi chilometri da Khorog il viaggio trova la sua ricompensa. Inziano i passi a 4.300mt con altopiani meravigliosi rigati dai ruscelli e l’occhio non riesce a riempirsi mai abbastanza di tutto questo splendore.
Ogni tanto delle specie di marmotte dalla pelliccia dorata fanno capolino dalle tane per vedere chi passa.
Mentro rido da solo per la gioia sento l’avantreno che perde stabilita’. Mi fermo. Fra si ferma e ci guardiamo indecisi se ridere o piangere!
La terza foratura all’anteriore dovuta a una ‘pizziacatura’ sta volta.
C’e’ poco da fare, smontiamo l’anteriore, con le marmotte che a distanza sovraintendono ai lavori e ripariamo alla meglio il foro con delle toppe per bibicletta.
A 4.000mt l’ossigeno scarseggia e per riparare una camera d’aria ci mettiamo quasi due ore, anche perche’ il copertone non vuole saperne di tornare in sede.
In queste due ore non passa nemmeno un capretto, niente e questo ci fa capire che saremmo veramente soli in caso di problemi piu’ seri.
Ripartiamo e il paesaggio diventa ancora piu’ bello e selvaggio. L’altopiano sembra spingere le montagne ai lati dell’immensa pianura con leghi azzurri in cui si specchia un cielo limpidissimo.
E’ tutto bellissimo e la mente stenta a trovare paragoni con luoghi conosciuti.
Proseguiamo estasiati ma all’atezza di Alichur la mia camera d’aria collassa di nuovo. La toppa ha ceduto.
Ci fermiamo, non c’e’ altro da fare.
Alichur e’ un villaggio adagiato a 3.950mt nell’altopiano del Pamir. Dei piccoli corsi d’acqua lo attraversano e su questi si articola la vita della gente del posto.
Ad Alichur non c’e’ corrente e per avere un po’ di luce si ricorre a generatori elettrici e batterie per auto.
Ci fermiamo davanti alla casa dell’uomo che ci ospitera’ nella sua yurta. Ci presta delle toppe cinesi marca ‘Michel’,tutto dire, ma ripariamo la camera d’aria e sembrerebbe tenere.
Poco dopo arriva una coppia di ciclisti svizzeri, Martin e Sybille, li avevamo incontrati 30km prima lungo la strada.
Sopraggiungono anche due moto e le fermiamo nella speranza che abbiano una camera d’aria.
Sono due polacchi, uno con un GS Adventure e uno con un’AfricaTwin diretti a Murgab.
Purtroppo non possono aiutarci ma ci consigliano di andare a Murgab dove troveremo un buon gommista.
Ceniamo insieme a Martin e Sybille nella casa che ci da’ ospitalita’, brodo di montone e spezzatino di montone il tutto con pane caldo e cay, sembra un sogno.
Fuori dalla finestre si vedono le montagne innevate e il paesaggio che lentamente cambia abito, gli yak si preparano per la notte e nelle case si accendono i fuochi.
Per la notte ci fanno sistemare nella yurta, una tenda dalla forma circolare, realizzata con pali di legno e fatta di pelli di pecora e yak, con dentro tappetti, coperte e una piccolo stufa al centro.
L’unica illuminazione viene da una piccola lampadina ad incandescenza alimentata da una batteria per auto.
Il proprietario e’ un tajiko che parla un po’ d’inglese, cosa estremamente rara, con il viso segnato dal tempo. Ci accende la stufa con l’unico combustibile che c’e’ da queste parti, lo sterco essiccato.
Io e Francesco non stiamo granche’. Stiamo sperimentano i sintomi del mal di quota: veritigini, nausea e un mal di testa tremendo.
Salire di 3.000mt in poco tempo non ci ha dato tempo di abituarci al cambio di altitudine.
La notte la trascorriamo malissimo. Io non chiudo occhio e la yurta e’ una ghiacciaia ma fortuna che le coperte che ci hanno dato fanno il loro lavoro almeno.
All’alba esco fuori, le moto sono coperte dalla brina e l’acqua dei ruscelli e’ ghiacciata, faccio delle foto e contemplo il paesaggio seduto su una roccia”che ci faccio qui?vorrei essere altrove?No!Ne e’valsa la pena?Si. Ogni singolo centimetro e ogni singola difficolta’ la riaffronterei esattamente allo stesso modo, perche’ il ‘qui adesso’ ripaga di tutto!”.
Tutto tace e il silenzio e’ surreale. Le stelle spariscono via via che i raggi del sole prendono campo e la luna e’ l’ultimo baluardo della notte a restare in cielo.
Arriva un vecchietto con indosso un lungo cappotto di pelliccia e il copricapo tipico di queste zone.
Non parla una sola parola delle lingue che piu’ o meno conosco io ma cio’ nonostante, non so come e non so perche’, capisco quello che mi dice e ne rimango stupito.
Rimane incuriosito dal mio vestiario e mi studia affondo prima di avvicinarsi. Io lo lascio fare e l’osservo a mia volta.
Ha ottanta anni e ogni giorno all’alba percorre i tre chilometri che separano casa sua dalla moschea del villaggio per andare a pregare.
Poi mi dice che gli abitanti del Pamir sono gente fiera e fortunata perche’ loro possono toccare il cielo e le stelle da quassu’ e io a quasi 4.000 mt di altezza, con il sangue poco ossigenato, alzo gli occhi e non posso che dargli ragione.
Passeggiamo insieme per il villaggio ancora deserto, sto bene, mi salgono delle lacrime e non so perche’, le respingo non comprendendole in pieno e continuo la passeggiata anche se stento a tenere il passo del vecchio e ho il fiato corto.
Arriviamo a casa sua, mi fa strada in una stalla e tira fuori un enorme cranio di pecora di Marco Polo, una specie di stambecco tipico della regione ormai in estinzione, con delle corna arrotolate. Bellissima.
Me la vuole regalare e sarebbe felice che io l’accettasi ma devo rifiutare perche’ il rischio di avere noie in frontiera e’ alto, e non per ultimo…dove la metterei?
Lo ringrazio, lui capisce e mi sorride, poi mi congeda e rientra in casa.
La strana esperienza dell’alba e le parole “Bam I Dunya” (tetto del mondo), assumono adesso un significato pieno.
Si svegliano anche gli altri e facciamo colazione tutti insieme, Plum Cake, uovo, cay, riso e latte ma non riesco a mangiare niente perche’ la nausea mi blocca.
Martin ci da un aspirina dicendo che in Nepal aveva avuto lo stesso malessere e che l’aspirina aveva alleviato i sintomi.
Ha ragione, dopo un po’ stiamo meglio tutti e due.
Murgab o Khorog? Proseguire per altri 150km o tornare indietro concludendo qui il nostro viaggio? Da che parte si va con una ruota bucata e riparata da due dilettanti con materiale scadente?
Murgab, che domande.
Partiamo e fortuna vuole che la strada sia abbastanza decente e il paesaggio non finisca di riservare sorprese.
La strada si incunea in gole strette che poi si aprono all’improvviso si altipiani maestosi in cui ti senti dissolvere.
Lungo la strada si vedono yurte di pastori che conducono il gregge verso i pascoli piu’ verdi.
Murgab e’ adagiata in un ampia gola attraversata da corsi d’acqua color argento.
Il paese in se non ha molto da offrire, sono case di fango e paglia cadenti su due strade in terra battuta.
Vediamo un gruppo di moto davanti a una palazzina e ci fermiamo.
Sono i polacchi con altri 3 amici, anche loro in moto che ci salutano calorosamente.
Il tipo col GS mi indica dove si trova il gommaio esperto di cui mi aveva parlato. Faccio manovra e la gomma e’ di nuovo a terra.
La smontiamo e la porto a mano, mentre un ragazzino mi accompagna…ma che vorra’?
Arriviamo in una casetta con un cancello in legno.
Entriamo e in tanto i ragazzini si sonoi moltiplicati e son tutti presi dall’osservarmi, poi uno di loro, il piu’ grande prende degli strumenti da gommaio molto molto grossolani e smonta la camera d’aria. Arriva Francesco: “Dani dove sei?”
“Dove sono? Nelle mani di un ragazzino!”
Mettono in moto un grosso generatore cinese che parte al terzo tentativo e poi collegano una pressa a caldo per mettere la toppa.
Purtroppo, nonostante l’impegno, la riparazione non tiene.
Francesco rimane, io torno verso i polacchi e per vedere se hanno delle toppe.
Gli spiego in inglese che la riparazione non tiene e che mi occorre una toppa decente. Uno di loro armeggia nella borsa e ne tira fuori una camera d’aria rinforzata da 21 pollici.
Natale e’ arrivato prima quest’anno. Regalo piu’ grande non ce lo potevano fare, ed e’ strano come cose cosi’ banali ti possano riempire di gioia.
Gli chiedo quanto devo rendergli ma non vuole niente, quindi rimaniamo d’accordo per almeno 5 birre.
Rimontiamo la camera nuova, paghiamo il ragazzino il doppio di quello che ci aveva chiesto, regalo un po di pennarelli ai bambini e torniamo dai polacchi a ringraziare ancora.
Loro proseguono per il Kyrghizistan fermandosi prima a Karakum. Anche noi siamo tentati di proseguire con loro fino a Osh, ma dopo aver chiamato le ambasciate, il rischio e’ di trovare il confine Kirgyzo/uzbeko chiuso e rimanere bloccati in Kyrghizistan non potendo piu’ tornare in Tajikistan. Un bel casino insomma.
Decidiamo di rifare la strada al contrario ma ogni promessa e’ debito e prima di salutare i nostri amici do al polacco 20 USD dicendogli che dovra’ usarli esclusivamente per una sbronza di 2 giorni almeno. Lui accetta promettendo di fare del suo meglio.
Ripartiamo in direzioni opposte, noi Alichur, loro Vladivostock.
A rifarla indietro la strada sembra piu’ breve. Incontriamo di nuovo Martin e Sybille che hanno piantato la tenda in una valle incantevole.
Ci fermiano a salutarli e per ringraziarli delle aspirine che ci hanno veramente dato una mano.
Ripartiamo e arriviamo ad Alichur poco prima del tramonto. L’ometto della yurta ci accoglie con calore e ci fa accomodare in casa visto l’esperienza gelida della yurta.
Per cena brodo di montone e del buonissimo pesce fritto accompagnato da cay bollente e con il freddo di quassu’ non si puo’ desiderare altro.
Arrivano altri avventori tajiki e si siedono al tavolo di fianco al nostro, di fatto l’unico visto che i tavoli sono due.
Ci guardano poi ci rivolgono la parola in tajiko e poi in russo ma non riusciamo a capire una sola parola di quello che dicono.
L’ometto della yurta si propone di afrci da interprete e cosi’ capiamo che sono curiosi di sapere il perche’ di un viaggio cosi’ lungo.
E’ strano sentire questa domanda proprio da loro. Siamo piu’ abituati a sentircela porre dai conoscenti a casa ma ad ogni modo rispondiamo che e’ proprio per esperienze come queste, per conoscere persone che vivono in posti diversi e lontani che viaggiamo, perche’ il Pamir e’ un luogo bellissimo e perche’ siamo giovani e non abbiamo di meglio da fare.
Sembrano soddisfatti della risposta e ci sorridono.
Finiamo la cena e andiamo a dormire mentre fuori la notte ormai copre tutto e le stelle hanno gia’ fatto la loro comparsa.
Dopo la notte, ancora quasi insonne ma tranquilla, ci svegliamo che la colazione e’ gia’ pronta.
Salutiamo e ripartiamo per Khorog lasciandoci alle spalle dei posti bellissimi e delle esperienze di cui e’ difficile parlare senza renderle banali.
Fare la strada al contrario cambia la prospettiva, sembra banale ma non lo e’ perche’ sembra di attraversare posti assolutamente nuovi con l’unico lusso di sapere quasi istintivamente dove sono gli ostacoli e le buche.
Arriviamo a Khorog e andiamo nel solito alberghetto.
Doccia e passeggiata per le vie polverose del centro alla ricerca di un posto dove mangiare qualcosa ma sembrerebbe tutto chiuso.
Alla fine ci infiliamo in una specie di bettola dove fuori c’e’ un fuoco accesso con tanta brace.
Plov e shashlik con pane appena sfornato a cay. Una libidine.
Andiamo a letto prestissimo dopo aver visto un po’ di televisione russa che e’ risaputo conciliare il sonno.
La mattina facciamo colazione con Anna, un’antropologa francese che insegna e studia all’universita’ di Khorog.
Anna ha vissuto a Samarcanda diversi anni prima di essere espulsa dal governo di Karimov.
L’Uzbekistan che ci racconta Anna e’ un Uzbekistan diverso da quello formato turista, fatto di una dittatura subdola che tende a mostrare una faccia sorridente e felice grazie alle meraviglie che il paese ha da offrire con alle spalle un paese dominato dalla corruzione, dalla criminalita’ e dalla poverta’ dove il governo e le “multinazionali” della droga lavorano di pari passo.
Restiamo a parlare diverse ore, poi prendiamo la strada per Kalaikhum.
Quella di oggi sara’ per me una giornata delle piu’ nere ma ancora non posso saperlo.
La strada asfaltata dura poco.
Francesco non se lo spiega e io nemmeno, ma sulla moto mi sento meno sicuro e tendo ad essere piu’ rigido; sara’ forse l’idea della gomma posteriore ormai finita o la stanchezza accumulata.
Attraversiamo le strette gole del Pamir, lungo la strada gli stessi villaggi e le solite mucche.
All’ingresso nell’ennesimo villaggio Fra mi precede di poche centinaia di metri. Io rallento ed entro a 20-30 km/h al massimo nella curva sterrata che immette al villaggio, per sicurezza suono anche, come se mi sentissi qualcosa di strano e infatti all’improvviso una vecchietta autoctona sente l’impulso di attraversare la strada esattamente mentre passo io.
Freno con tutte le forze, cerco di sterzare ma c’e’ poco da fare. La prendo in pieno e cado a terra con la moto che mi blocca la gamba destra.
Scivolo fuori, niente di rotto, guardo la vecchietta che annaspa convinto che si sia rotta il femore. La moto e’ ancora sdraiata ma e’ l’ultimo pensiero.
L’aiutano a rialzarsi e la coriacea vecchietta tajika si regge in piedi da sola e zoppicando si porta a bordo strada.
Sono mortificato e arrabbiato insieme ma mi fanno intendere che e’ tutto apposto.
Con Francesco tiriamo su la moto, niente di rotto, solo il tubolare paramotore graffiato ma quello e’ il suo lavoro.
Ci accertiamo che tutto sia apposto e ripartiamo.
Poco piu’ avanti incontriamo un tedesco su uno scooter cinquanta che dice di essere diretto a casa.
Scambiamo due chiacchere e poi ripartiamo.
Ci fermiamo nei pressi di un guado a rinfrescarci e a fare qualche foto e ripartiamo.
La strada continua a essere impegnativa e all’ingresso di una delle tante curve arrivo un po’ troppo veloce, a terra c’e’ del pietrisco e la moto va via davanti.
Seconda caduta nel giro di 3 ore ma il conto danni stavolta e’ piu’alto: pantalone strappato, freccia rotta, barre di protezione piegate verso l’interno e serbatoio scheggiato.
Si riparte perche’ non possiamo permetterci di fare la strada al buio ma il mio umore e’ nerissimo e sono ancor piu’ nero perche’ mi dispiace essere nero.
Dopo una mezzoretta mi rifermo. Stavolta mi si e’ sganciato il bagaglio e ho perso il cavalletto della macchina fotografica.
Francesco torna un po’ indietro a vedere di ritrovarlo ma niente da fare e nel mentre il mio casco rotola in un rigagnolo d’acqua.
Ma che cavolo!
Arriviamo a Kalaikhum finalmente e andiamo a chiedere ospitalita’ nella stessa casa, ceniamo nello stesso posto la stessa orribile roba e andiamo a letto, per oggi direi che abbiamo gia’ dato.
La mattina partiamo presto per Dushanbe.
Percorriamo 60 km in due ore, le strade sterrate e i passi non permettono velocita’ maggiori.
In un guado all’apparenza facile Francesco passa agilmente. Io trovo l’unica roccia sommersa che mi blocca l’anteriore e la moto scivola in acqua con me al seguito. Va beh, ci facciamo una grossa risata.
Purtroppo pago lo scotto dell’inesperienza, tre mesi di moto sono pochi c’e’ poco da fare.
Mettiamo ad asciugare il contenuto delle borse e poi ci prepariamo un riso bollito senza nient’altro che acqua, una punizione praticamente.
Facciamo il bagno nel ruscello ghiacciato e mangiamo. Vorremmo essere altrove? Assolutamente no e anche le esperienza negative appaiono lontane e necessarie per poter assaporare questi momenti bellissimi.
Arriviamo a Dushanbe e andiamo nello stesso albergo. Siamo 2 abitudinari.
Per tutta la strada abbiamo guidato con l’idea di mangiarci il pollo fritto al KFC versione tajika, ma i commessi ci dicono che e’ chiuso anche se il cartello dice il contrario. Una delusione enorme, ci giriamo in continuo verso l’insegna spenta mentre torniamo indietro.
Al mattino partiamo di buon ora, ci rifacciamo la M34 compreso l’angoscia fatta tunnel e anche in questo caso la strada al contrario sembra attraversi altri luoghi.
Arriviamo in frontiera e all’ingresso in Uzbekistan per la prima volta ci chiedono di somntare i bagagli.
Siamo evidentemente adirati ma eseguiamo e mentre depositiamo il bagaglio ci chiedono con insistenza se abbiamo con noi della droga o delle armi.
La risposta e’ sempre la stessa “niet!” ma quelli continuano a porci la stessa domanda come un disco rotto.
Alla fine ci lasciano andare.
Tempo un ora e siamo a Samarcanda di nuovo.
Dormiamo e mangiamo negli stessi posti…ormai nell’ottica Tashkent.
La mattina ci svegliamo all’alba, carichiamo le moto e aspettiamo fino alle otto una colazione che non arriva.
Fra spazientito va al piano di sopra e con un bercio sveglia il ragazzo che avrebbe dovuto farci la colazione.
Francesco assonnato e affamato sa’ essere molto convincente perche’ tempo poco arriva tutto.
Partiamo per quella che e’ l’ultima tappa del nostro viaggio.
Il paesaggio stavolta non riserva grandi sorprese ma come tappa in se e’ comunque carica di emozione e significato.
Arriviamo a Tashkent con le moto ormai in riserva da 80 chilometri.
Ci fermiamo nell’albergo Uzbekistan e chiamiamo Nyara il nostro contatto in citta’ per spedire le moto.
Tempo poco e arriva Djamshid, un ragazzone uzbeko che ci dice di andare a consegnare immediatamente le moto al cargo service.
Lo seguiamo fino al terminal cargo dell’aereoporto, entriamo e depositiamo le moto in un box.
Ecco che dopo 34 giorni di viaggio, 2 continenti, 10 paesi, le vite di tante persone conosciute, bellissime esperienze, lacrime, sorrisi, 6 forature e altri piccoli incovenienti, ci troviamo a lasciare le nostre fedeli moto.
Finisce volutamente cosi’ questo nostro racconto, in maniera asciutta e senza troppe riflessioni, perche’ il sentimento che entrambi proviamo e’ tutt’altro che di fine.
Sappiamo che tutto questo e’ un inizio e che questo viaggio, come tutte le esperienze della vita, positive o negative che siano, e’ bene si concludano con una grossa risata.
RIENTRATI A CASA
Con il volo HY257 del 9 settembre da Tashkent a Roma, siamo rientrati nella vita di tutti i giorni. Da un lato ci mancava ma dall’altro lo “sbalzo culturale” ci ha colto un pò alla sprovvista…
Qualche giorno per riabituarci alle comodità a cui avevamo da tempo rinunciato e torneremo a programmare la prossima meta di viaggio…


































































































































