Italia/Iran 2011
E’ sempre complicato iniziare un racconto consapevoli del rischio che si affronta cercando di farlo senza banalizzare o, al contrario, enfatizzare in maniera eccessiva.
Ci piacerebbe mostrarvi attraverso i nostri occhi quello che abbiamo visto, ma non essendo ciò possibile, vi invitiamo a fare un salto da queste parti.
Italia – Grecia
5 AGOSTO La mattina del 5 avevamo detto di trovarsi puntualissimi alle 8.45 all’uscita di Valdichiana dell’autostrada.
Ci eravamo raccomandati di esser puntuali ma, per cause che non staremo qui a discutere, il gruppo partito da Firenze: Avvo(Matteo Biancalani), Roberto, Daniele, Teresa e Agostino si presenta con 2 ore di ritardo.
Francesco ovviamente si era gia’avviato da un po’.
Arriviamo al porto di Ancona che il check-in sta per chiudere ma riusciamo ugualmente a ritirare i nostri biglietti.
Salutiamo l’Avvo sulla banchina del porto e ci imbarchiamo non prima di aver preso tre hamburger da mangiare a cena insieme al cinghiale fornitoci provvidenzialmente da Teresa.
Buono eh…ma dovevate vedere come ci guardavano sul ponte della nave mentre addentavamo il cosciotto o spazzolavamo il costato; un misto di sgomento, disgusto e invidia per una cena consumata come dei primitivi.
Inizia la caccia al miglior posto dove accamparsi per la notte e un intero battaglione, di quelli che non possono o non vogliono prendere una cuccetta, si stringe e si sistema nei corridoi.
I posti migliori, tipo suite dei senza suite, sono nei sottoscala dove c’e’ poca luce e si sta abbastanza appartati, manco a dirlo sono già tutti presi.
Nonostante tutto dormiamo di sasso fin quando un uomo dell’equipaggio passa battento le mani e urlando “igoumenitza”…”buogiorno anche a te greco panzone, speriamo ti divori un’arborella!”.
Sbarchiamo sonnollenti in una banchina semi-deserta e ci dirigiamo al supermercato per ammazzare il tempo nell’attesa che arrivi la nave dell’avvo.
Al suo arrivo partiamo con l’idea di arrivare il piu’ vicino possible ad Istanbul, se non proprio ad Istanbul.
Il paesaggio da Igoumenitza, passando per Salonicco, e’ noioso e monotono con la strada che corre dritta senza offrire molti spunti.
A Kozani decidiamo di fermarci per un pranzo fugace e prorpio qui succede il fattaccio che potrebbe compromettere sia l’incolumita’ sia la vacanza di Roberto.
Il disco piegato ha creato delle vibrazioni tali da rompere il mozzo della ruota in 4 pezzi.
Se fosse successo in velocita’ non e’ dato sapere le conseguenze ma per fortuna e’ accaduto mentre cercavamo un posto per sostare.
Trasciniamo la moto verso un distributore e per prima cosa mangiamo all’ombra di una siepe…poi facciamo un caffe’. Solo ora si può ragionare.
Io parto alla volta della vicina Kozani in cerca di…boh?…una ruota nuova? Fermo un biker locale che gentilmente mi accompagna da un meccanico dove mi dicono che l’unico che forse, e ripete forse un po’ troppe volte, potrebbe avere qualcosa e’ il rivenditore Honda di Ptolemanida, una città a 30km.
Smontiamo il cerchio ed effettivamente il disco e’ molto svirgolato. Roberto e Francesco salgono su un bmw X3 di un amico del benzinaio che si propone di aiutarci e se ne vanno in giro per tutto il paese.
Purtroppo, nonostante l’assidua ricerca, l’esito e’ negativo ed, essendo sabato in periodo estivo, la maggior parte dei ricambisti e’ chiusa per ferie.
Decidiamo tutti insieme di lasciare la moto a Kozani e di dirigerci verso Salonicco per passare là il week-end. Il gestore del distribuotre ci fa lasciare la moto nel garage insieme alle valige garantendo che nessuno tocchera’ nulla e che potra’ restare li’ tutto il tempo di cui avremo bisogno.
E’ bello come in viaggio si incontri sempre qualcuno disposto a darti una mano. Si, perche’ a nostra insaputa, nel mentre ci arrabattiamo per trovare una soluzione, il paffutto e simpatico gestore ha chiamato l’amico dell’amico del fratello dello zio di un parente alla lontana del genero del socio del proprietario del Honda di Ptolemaida che se ne sta beatamente in vacanza e quest’ultimo ha gia’ garantito la presenza dei pezzi in officina.
Dato che alternative al momento non ce ne sono, andiamo a Salonicco.
Dopo una fugace cena rientriamo al nostro albergo, una bettola ben messa tutto sommato, con bagno in camera e asciugamani puliti (Hotel Atlas) .
Ci addormentiamo con la consapevolezza che l’inizio di quest’avventura poteva andare meglio, ma in fin dei conti quelli più difficili saranno i momenti più indimenticabili!
6 AGOSTO Il 6 mattina che si fa?
In una sonnolente e tranquilla Salonicco, 4 italiani su tre moto si interrogano sul da farsi.
Andiamo al mare? Andiamo alle Meteore? Dove andiamo?
Si va al mare e’ deciso.
Imbocchiamo la strada che scende al sud verso Kassandra ma, a 40 km da Salonicco, decidiamo che forse e’ meglio cercare qualcosa di piu’ vicino ed usciamo alla prima uscita disponibile dirigendoci verso l’orizzonte blu del mare. Ci saremmo pure arrivati se solo nel mezzo non ci fosse stata una base militare e la pista dell’aereoporto di Salonicco.
Nel venire via sentiamo un odorino di frittura di pesce che risveglia il nostro appetito. Impossibile proseguire con questo richiamo.
Ci accomodiamo al Topadeion, dove per 25 euro totali ci portano due insalate greche che basterebbero per Quattro, risotto alle cozze e finocchietto e una frittura di calamari spettacolare, la piu’ buona mai mangiata in assoluto.
Dove andiamo a smaltire il pranzo in Grecia, dove il mare e’ di una bellezza tale da aver suggestionato Omero e altri grandi della letteratura?
I vecchi (io e l’Avvo) stracciano i giovanotti alla gara sui gommoni tandem e, nel singolo, c’e’ chi denuncia brogli e protesta in merito al peso complessivo dell’equipaggio seniores. Una seconda prova consegna in via definitiva ai seniores l’ambito trionfo.
Tra una discesa e l’altra, l’Avvo allunga la mano per prendere la ciambella che viene contemporaneamente afferata da una bimba di circa sei anni dal bel visino e con gli occhiono brillanti tipici dei bambini. Una scena dolcissima…ma l’agonismo è agonismo e l’Avvo deve pur allenarsi per sostenere la seconda manche. Con un colpo secco strappa dalle mani della bimba la ciambella e si allontana con sorriso beffardo!
Ceniamo nel solito ristorantino e mettiamo a punto la strategia per il giorno seguente.
Io e Francesco partiremo all’alba per Ptolemaida (dove ci attende il cerchio di ricambio), Roberto e l’Avvo gireranno per il centro di Salonicco alla ricerca di altri ricambisti.
7 AGOSTO Io e Fra ci svegliamo che inizia ad albeggiare e, dopo un panzerotto caldo alla crema, partiamo per Ptolemaida in sella ad Eva attrezzata come un carroattrezzi.
Arriviamo che il concessionario e’ ancora chiuso.
Quando apre conosciamo Achilleas che passera’ un intera mattinata con due telefoni in mano alla ricerca del pezzo.
Il problema e’semplice, nuovo costa oltre 700€, ma questo e’ il problema minore perche’ semplicemente il pezzo non c’e’ in tutta la Grecia e bisogna farlo arrovare dall’estero e, dato il periodo estivo, Achilleas ci lascia intendere che la cosa potrebbe richiedere settimane.
Ma lui non demorde e chiama gli sfasciacarozze di tutta la nazione, per rintracciare finalmente un cerchio ad Atene!!! Non arrivera’ prima di domattina ma c’e'…le nostre speranze si riaccendono.
Come disco freno, ne tira fuori uno di un vecchio Transalp che dovrebbe essere compatibile.
Ringraziamo e cerchiamo un albergo per la notte. Nel farlo ci imbattiamo in un vecchietto che indossa un casco blu da minatore per andare su una motorella smarmittata.
Ci saluta e poi: “Italiani?” Noi annuiamo per poi pentircene perche’ attacca una presa di culo enorme sul nostro Premier e sul nostro rischio di Default finanziario.
Ora, tutto ci aspettavamo di trovare meno che un esperto di borsa…greco per giunta! Vorremo ricordargli i miliardi di aiuti della BCE e il fatto che rischino di esser buttati fuori dall’Eurozona ma poi ci guardiamo intorno.
Siamo nel parcheggio di un LIDL greco, il caldo scioglie l’asfalto, stanche morti…ma che stiamo facendo?
Indossiamo i caschi e ce ne andiamo.
Troviamo un albergo con piscina e ce ne stiamo a mollo fino all’ora di cena e dopo un paio di birre ci infiliamo a letto che domani sara’ una giornata intensa.
8 AGOSTO L’Avvo e Roberto intanto si aggirano nel “Bronx” di Salonicco con la speranza di trovare qualcosa.
Trovano chi addirittura promette loro che glielo avrebbe procurato senza lasciare troppi equivoci sul come lo avrebbe fatto.
Poi in un negozio che tutto poteva essere tranne che un negozio Roberto viene accerchiato mentre l’Avvo sparisce e un tipo toccandogli la maglia della SIXS gli chiede quanto vuole per averla “Si, e io che mi metto poi?” e’ stata la risposta.
9 AGOSTO dopo aver raziato il buffet della colazione andiamo presto dal concesionario, non sia mai che il pezzo sia arrivato prima.
E cosi’ e’!!
Pero’ c’e’ da cambiare i cuscinetti e i parapolvere e c’e’ un’altro problema, il disco del Transalp ha gli attacchi diversi.
Arriva un corriere e lì per lì, presi dalla concitazione dl momento nemmeno ci facciamo caso.
Achilleas firma la bolla e guarda i pezzi appena arrivati. Tra questi c’e', manco a dirlo, un disco anteriore di un XR in riparazione (compatibile con la moto di Roberto).
Achilleas ci guarda, guarda il disco e guarda la moto smontata di un malcapitato cliente che dovrà aspettare un altro disco! Se non e’ fortuna questa!?
Dopo aver cercato le viti per montare il disco ripartiamo a manetta per Salonicco con la moto di Roberto.
Troviamo l’Avvo e Roberto in strada, carichiamo le moto, pochi convenevoli e via verso Istanbul.
Arriviamo in frontiera a Ipsala e le pratiche sono incredibilmente veloci.
Fa sempre un certo effetto varcare le frontiere.
Dopo la rituale foto di fronte al cartello “Welcome in Turkey” ripartiamo alla volta Istanbul che dista ancora 300km.
Non c’e’ verso, il mar di Marmara lo vediamo sempre di notte, pero’ arrivare a Istanbul la sera offre un colpo d’occhio unico, la skyline e’ illuminata e coloratissima. I due ponti sul Bosforo sono illuminati da giochi di luci e in mezzo alla caotica e brulicante citta’ emergono maestosi i minareti dorati della Moschea Blu e di Aya Sophia.
Per un errore di navigazione ci troviamo ad attraversare il Bosforo, ora in Asia e poco dopo in Europa…che flash!
Andiamo all’hotel Saba di Sultanhamet dove ci riconoscono e ci accolgono come parenti. Il prezzo sara’ un po’ meno da parenti ma poco importa perche’ la vista dalla terrazza della colazione e’ unica ci permette di ammirare la vecchia Istanbul dall’alto.
Turchia
10 AGOSTOLa mattina la decisione e’ sofferta ma decidiamo di partire alla volta di Goreme per cercare di recuperare il tempo perso. Istanbul forse la vedremo al ritorno e alle brutte rimane comunque piu’ vicina dell’Iran.
Da Ankara in poi lasciamo le montagne per entrare in un paesaggio fatto di basse colline coltivate a grano che gli donano un color oro vivo ondulato dai capricci del vento.
Decidiamo di fare una piccola deviazione e di puntare non verso Nevesehir come l’anno scorso, ma verso il lago “Tuz Golu”, non nella parte turistica ma in quella che sulla mappa sembra lontana dal turismo.
Arrivviamo a Kulu e ci dicono che la sponda del lago che intendiamo visitare e’ “solo una desolata salina con una fabbrica e nulla di bello da vedere“.
Decidiamo di non ascoltare i consigli dei locali e proseguiamo per la nostra strada fino a che non incontriamo ”solo una desolata salina con una fabbrica e nulla di bello da vedere”.
La moto di Roberto diventa poco gestibile, ci fermiamo.
Ha il canotto di sterzo allentato ma lo stringiamo sul posto; niente di grave.
Si riparte che ormai e’ l’imbrunire.
Da Golyazi scendendo per Aksaray troviamo villaggi polverosi e inquietanti con poche luci, cani morti per la strada, polvere come talco in sospensione nell’aria e gente che cammina nel buio totale improvvisamente illuminata dai fari delle moto.
Sembrano i villaggi descritti da Stephen King in Desperation.
Ad ogni modo qui il tempo si e’ fermato e nonostante l’inquietudine e’ stato bello anche questo pezzo di strada.
Ad Aksaray ci fermiamo, troppo pericoloso procedere oltre.
11 AGOSTO Al mattino raziamo il buffet facendo scorte anche per il pranzo. Ormai e’ piu’ un divertimento che un’oggettiva esigenza che pero’ ci permette di non perdere tempo nelle soste e di risparmiare su un pasto.
Per raggiungere Goreme, meta della nostra giornata, deviamo verso la bellissima valle di Ihlara, un profondo canyon con camini delle fate sparsi alle pendici delle montagne.
Ci fermiamo e in breve tempo si fa avanti un tipo che parla una lingua che e’ un misto di italiano, inglese, azero e turco.
Si propone di farci da guida.
Beh, in effetti Akhmer e’ una guida e poi vorra’ dei soldi per giro che ci fara’ fare ma tutto sommato ne varra’ la pena.
Con lui raggiungiamo in moto i camini delle fate dove furono girate alcune sequenze di Star Wars. Qui l’Avvo capitombola per terra da fermo e tipo tartaruga rovesciata rimane sotto la moto.
Il secondo a cadere e’ Roberto che, in una buca di sabbia affonda con l’anteriore, e cade con la mano nei rovi. Il giorno dopo passeremo una mezz’ora buona per rimuoverli tutti.
Akhmer che si e’ comodamente messo sul posto del passeggero della mia moto sembra divertito, maledetto lui.
Ci porta sulla sommita del monte che sovrasta la valle.
Il colpo d’occhio e’ unico, il silenzio è totale e nel cielo volteggia un falco, c’e’ altro da aggiungere?
Scendiamo a motori spenti cercando di concentrarsi solo sul silenzio che regna da queste parti, interrotto di tanto in tanto dall’armonia della voce del muezzin che richiama alla preghiera.
Pranzo a base di un ottima trota grigliata con pollo e insalata.
Salutiamo Akhmer che nel mentre ha scroccato due sigari all’Avvo, due sigarette a me e due birre a tutti e quattro! Ma non e’ Ramadan? Simpatico bastardo, tutto sommato non riusciamo a volergliene.
Arriviamo a Goreme al momento giusto, quando il sole tramonta e comincia ad illuminarsi, mentre il tufo dei camini delle fate sfuma in colori oro e poi giallo ocra.
Alloggiamo al Valley Park, in una camerata con altre persone perche’ non ci sono piu’ camere disponibili.
Dopo cena girelliamo per il centro e incontriamo tanti, troppi italiani!!
Dopo aver comprato un paio di infradito contrattando sul prezzo, riuscendo ad avere le ciabatte e mezz’ora di internet gratis ci ritiriamo.
La notte passa tranquilla a parte un russare sommesso e continuo…ma chi e’? Roberto si alza e porge l’orecchio di branda in branda.
Incredibile ma e’ una donna francese di mezza eta’ nella branda accanto all’Avvo, cosa che ci aveva inizialmente spinti a sospettare di lui.
12 AGOSTO Al risveglio carichiamo le moto, aggiungiamo l’olio al motore e salutiamo l’Avvo che iniziera’ oggi il suo ritorno verso l’Italia fermandosi per qualche giorno ad Istanbul.
Ha dato prova di buona reasistenza, tenacia, capacita’ di adattamento e voglia di viaggiare. Non dubitiamo che andra’ tutto liscio.
Lo salutiamo in maniera asciutta come se dovessimo rivederci l’indomani pur sapendo che non sarà proprio cosi’.
E’ difficile da spiegare, ma l’affetto che puo’ legare delle persone dopo un esperienza come questa e’ una cosa unica. Provare per credere. Ripartiamo in tre alla volta di Urfa (o Sanliurfa), citta’ a prevalenza curda nel sud della turchia.
Il paesaggio cambia di nuovo, diventa arido. Il clima e’ caldo ma la strada e’ piacevole e l’occhio si riempie di monti rocciosi arsi dal sole e pianure infinite.
A un certo punto la strada inizia a costeggiare il confine siriano.
Un lunghissimo muro di filo spinato separa la Turchia da una fascia di terra bruciata di 200 metri di larghezza alla cui estremita’ ci sono torrette di guardia ogni 100 metri circa…una vista un tantino desolante.
Urfa ci accoglie che ormai e’ sera, la citta’ e’ viva e molte sono le persone intente a festeggiare il Ramadan, a concludere affari o semplicemenete a bighellonare per strada.
Troviamo un albergo a una stella…ma la vale tutta! Il tipo alla reception sambra uscito da un fumetto.
L’albergo e’ vuoto ma ci da una stanza al terzo piano senza ascensore! Misteri turchi.
Dopo una doccia rigenerante usciamo e ci accomodiamo ai tavolini esterni di un ristorante che affaccia sulla piazza del bazaar.
Kebab e’ la parola d’ordine e non lo servono nei piatti, ma è la piadina stessa che fuge da piatto e i condimenti vengono disposti sul tavolo. Tutto accompagnato da una tipica bevanda locale: l’Ayran, yogurt bianco allungato con acqua e ghiaccio servito in una coppa di rame.
Un ragazzo ci chiede in un buon inglese se puo’ sedersi con noi.
Certo che puo’!
Si chiama Yusuf, Giuseppe in italiano e Peppe per noi.
Yusuf studia economia vicino Smirne e si sta preparando a partire per l’erasmus a Barcellona.
Ci chiede della Spagna e dell’Italia, poi si propone di accompagnarci per l’antica Edessa, citta’ del Re Nimrod che getto’ Abramo (che per l’Islam e’uno dei profeti piu’ importanti) nel fuoco dopo che questi aveva tentato di distruggere gli dei pagani.
Ma Dio trasformo’ le fiamme in acqua e i carboni in pesci facendo cadere Abramo su un letto di petali di rosa.
Che sia vera o no, ci sono delle enormi vasche colme di pesci “sacri”, sovrastate da collonnati e da una moschea con alti minareti che offrono uno spettacolo unico.
Con Yusuf andiamo a sentire un concerto di musica sacra.
Il palco e’ ai piedi di una collina e tutti sono seduti su questa.
Ci offrono semi di girasole mentre ascoltiamo le vocalizzazioni leggere e melodiche del cantante che a tratti si ferma per parlare e raccontare passi di scritture sacre.
Le donne hanno tutte il capo coperto da colorati scialle e ci osservano di nascosto incuriosite.
Ci congediamo dal nostro amico scambiandoci le mail, domani ci aspetta una lunga tratta.
13 AGOSTO La mattina partiamo verso Hakkari.
A Cizre, dove in una sosta un bambino che vendeva la frutta ce ne ragala un po’ ciascuno, il termometro della moto di Fra segna 47 gradi, in moto si sta ancora benino ma appena fermi non si respira proprio.
Attraversiamo il leggendario Tigri e finalmente vediamo con i nostri occhi i fiumi con i quali a scuola tanto ci martellavano.
Da Cizre la strada inizia a salire di quota. Le pianure cedono il passo alle montagne e poco dopo aver passato la citta’, un blindato con cannone puntato verso di noi ci suggerisce che forse e’ il caso di fermarsi.
Ci controllano i passaporti mentre un nugolo di bambini ci accerchia chiedendo “money money”. Un militare li scaccia con calci nel sedere e almeno un malrovescio ma questi incuranti lo prendono a sassate e lo scherniscono.
Questa e’ la zona in cui si muove il PKK il movimento che reclama la provincia di Hakkari e che vuole l’indipendenza e un territorio per il popolo curdo.
La presenza militare e’ fortissima. Ad ogni villaggio che passiamo troviamo almeno una caserma della” Jandarma” con mezzi blindati e mitragliatrici alle finestre.
Saliamo ancora fino a un passo sterrato a 2070 metri dove ci fermano per la terza volta e ci controllano i documenti. Qui c’e’ anche un carroarmato usato come pezzo di artiglieria.
A Guzeldere ci fermano di nuovo e la sera incalza mentre noi siamo a 120 km dalla meta su un passo di montagna prevalentemente sterrato o pavimentato con “asfalto turco” (e’ cosi’ che abbiamo soprannominato l’asfalto bianco dove non si capisce se lo strato di ghiaia sia coeso oppure no per via del bitume che col caldo si scioglie).
Qui ho il tempo di parlare con un militare stupito di vederci li’ dal momento che ”la zona è molto pericolosa“ e che “il PKK e’ ovunque e osserva“. Insomma la tensione c’e’ e si sente tutta.
Ci chiede poi se abbiamo notato movimenti sospetti e io ripenso ai tre curdi (si riconoscono per i pantaloni a larghe tese che stringono sulle caviglie e il capo coperto) armati di Ak47 … “no! nessun movimento sospetto”.
E scusa…prima mi dici che osservano e che sono ovunque e poi mi chiedi di sputtanarli, non sono mica il Procione io, se vuoi un servizio fatto bene rivolgiti a lui (mi scuso in anticipo perche’ quest’ultima frase la capiranno in pochi).
Ad ogni modo a 7 km da Hakkari veniamo fermati nuovamente!
Stavolta vogliono controllare le valigie e aprono tutto con perizia. Un poliziotto che sembra piu’ adatto al Miami Police Departement, vista la pistola nella cintola, il distintivo a collana e lunghi capelli curati, ci chiede se abbiamo visto movimenti sospetti…”mah, a parte delle torce che si muovevano lungo un crinale e che lampeggiavano come a segnalare qualcosa intende? niente di sospetto”… e proseguiamo fino all’unico albergo di Hakkari.
Qui incontriamo Goffredo, un fiorentino diretto in Pamir in vespa.
Passiamo la serata con lui e gli diamo qualche dritta sul Pamir cercando nel contempo un posto dove mangiare, ma e’ tutto chiuso.
Ci riduciamo a prendere quattro Kebab che sanno di fegato, freddi come un calippo da un ambulante..e va beh.
Siamo esauriti, 590 km di cui un 50% di sterro ci hanno provato e dopo esserci congedati da Goffredo andiamo a riposare. Domattina varcheremo il confine iraniano.
Iran
14 AGOSTO La mattina ci sveglia un cane antibomba delle polizia turca. Non è Rex ma, esattamente come lui, non si tira indietro dall’annusare ogni cosa…noi inclusi.
L’albergo in cui alloggiamo dovrà ospitare un convegno e quindi all’alba due pullman hanno scaricato un nugolo di poliziotti che procedono alla sua messa in sicurezza mentre due blindati vengono piazzati all’ingresso. Da queste parti si respira un clima veramente teso.
In fin dei conti non ci dispiace lasciare Hakkari. Salutiamo Goffredo e procediamo per Yuksekova.
Arriviamo a Esendere (confine Iraniano) poco prima di pranzo; una vera fortuna, dato che la frontiera sarebbe rimasta chiusa fino alle 15 per la pausa pranzo.
Per quanto se ne dica, una volta capito quali sono le persone da cercare, le pratiche doganali sono veloci e in meno di due ore siamo fuori.
Apriamo qui la parentesi Carnet de Passage en Douanne: questo misterioso e strano documento è ASSOLUTAMENTE NECESSARIO per entrare in Iran senza difficoltà. Si ottiene mediante l’ACI e serve una polizza fideiussoria (Coface Assicurazioni di Roma) oppure un deposito bancario pari al valore della moto determinato dall’ACI e solo dall’ACI. Non ci sono alternative, o meglio, ci sarebbero, ma sconsigliate almeno da noi.
Goffredo l’anno prima, “piangendo” due giorni in frontiera era riuscito alla fine ad ottenere una polizza di transito del valore di 200$ che gli ha permesso di permanere in Iran per non più di 5 giorni, ma se partite con l’idea di visitare questo paese vi sconsigliamo vivamente tale metodo.
Siamo in Iran.
Al distributore di benzina i primi problemi con lingua e valuta. Infatti ci fregano allegramente ma, beata ignoranza, non ce la prendiamo perché non sapevamo.
In Iran c’è il Rial come valuta corrente: 11.000 rial sono circa 1$, ma il nome dato alla moneta non è sempre Rial e ciò dipende da quanti zeri vengono letti. Si può leggere 11.000 Rial ma anche 1.100 tuman o anche 11 khomeini. Va da se che quando vi dicono una cifra dovrete prima capire a quale nome fanno riferimento e con quanti zeri l’hanno intesa…va anche da se che qualcuno proverà ad approfittarsi nei cambi di tale confusione!
Arriviamo a Urmya, città natale di Zoroastro (o Zaratustra), vicina alle sponde del morente lago di Daryacheh Oroumieh, un enorme lago salato, antica propagine del Mar Caspio sulle cui Isole i vari Khan hanno nascosto i propri tesori.
Il lago è talmente salato che non vi è nessuna forma di vita eccezion fatta per un gamberetto trasparente.
Purtroppo questa meraviglia della natura sta morendo, perché l’unico affluente che lo alimentava è stato deviato per dissetare l’enorme città di Tabriz.
Arrivati sulle sue sponde lo spettacolo è di quelli da togliere il fiato. Il bianco candido del sale si perde nell’azzurro e nel blu sfumato di rosso dell’orizzonte del lago.
I primi chilometri dalla riva sono di acqua bassissima e qui si rispecchiano le persone che vi camminano sopra, riproducendo una sagoma liquida, viva almeno quanto chi vi cammina sopra fino a non capire chi è la proiezione e chi il reale. L’atmosfera è quella dei quadri di Vettriano e i colori sono brillanti, vivi.
Purtroppo questo lago è destinato alla fine del Mare di Aral: trasformarsi in una distesa sabbiosa con incagliate carcasse di barche arrugginite.
Tanto bello quanto desolante.
Entriamo nel centro di Urmya. Dove dormiamo? Nel cercare un albergo veniamo circondati da una folla di curiosi che toccano le moto, toccano noi, scattano delle foto coi cellulari e se ne vanno soddisfatti lasciando il posto ad altri che ripetono la stessa procedura. Ne usciamo grazie ad Hossein, un ragazzo del luogo che ci propone di stare da lui.
Alternative ci sarebbero ma perché rifiutare? Alla fine non è anche per questo che siamo qui?
Casa di Hossein è piccola e molto accogliente, con un giardino in cui le moto stanno al sicuro.
Conosciamo la madre, la sorella, il padre e il piccolo Aras, fratello scalmanato di Hossein.
Finalmente arriva il tramonto e possiamo uscire fuori a gustarci una cena a base di pollo, kebab di montone, riso e pomodori grigliati.
Quella sarà la nostra cena (e spesso anche il pranzo) per tutto il resto del nostro soggiorno in Iran.
Parliamo con Hossein che ci racconta della sua passione per le moto e di come il governo impedisca loro di possederne di cilindrata superiore a 250cc., questo perché in passato le moto venivano utilizzate per compiere attentati e quindi furono bandite successivamente alla rivoluzione islamica.
In realtà è possibile possedere una moto di cilindrata superiore ai 250cc ma la si può guidare solo il venerdì ed in gruppi iscritti a MotoClub.
15AGOSTO Il giorno dopo lo dedichiamo a bighellonare per Urmya. Prima il baazar dove compriamo abiti tradzionali e poi in cerca di una pelle di pecora per Roberto.
Torniamo a cena nel ristorante della sera prima e Hossein propone l’idea di venire con noi come passeggero per il resto del nostro tour iraniano.
Inizialmente siamo entusiasti della cosa almeno quanto lui ma pensandoci su ci rendiamo conto che sarebbe impossibile trasportarlo (visto il notevole ingombro dei bagagli) e per di più la sua idea di percorso non coincide con quella da noi progettata. Decliniamo con molto dispiacere l’offerta.
16 AGOSTO All’indomani salutiamo Hossein all’imbocco della strada per Sanandaj.
Da Miandoab imbocchiamo la statale 23 in direzione di Sanadaj e da Qayeh continuiamo a seguirla fino al lago fortificato di Takht-e-Suleiman.
Il nome significa Trono di Re Salomone anche se in realtà il sito è sacro al dio Zoroastro.
Si inventarono questa storia solo per impedire che gli arabi nel 600 d.c. distruggessero la struttura e la cosa funzionò a meraviglia perché, mentre degli zoroastriani non nutrivano alcun rispetto, gli arabi avevano molta considerazione per i profeti e i personaggi dell’Antico Testamento, in parte condiviso con l’Islam.
La struttura è una fortezza che circonda un lago nato dentro un cratere spento, le cui acque venefiche venivano bevute per indurre allucinazioni ai fedeli.
La zona è sacra perché racchiude i quattro elementi sacri e puri allo zoroastrismo, ovvero, l’acqua, il cielo, la terra e una fiamma eterna(ormai spenta)ricavata grazie alle esalazioni di metano del sottosuolo. Da vedere? Beh diremmo proprio di si.
Peccato che Francesco si senta male e la sua visita a questo sito sia un po’ guastata dalle prime avvisaglie di intossicazione.
Arriviamo a Sanandaj che ormai il sole è tramontato.
Una strada stretta e trafficata con solo una corsia per senso di marcia e macchine che non accendono i fari fino a quando non è buio pesto(ma dico, pagate la bolletta sui fari?).
Troviamo una pensioncina lurida ma almeno con un parcheggio per le moto.
Sorvoliamo sulla cena…andiamo a letto.
17 AGOSTO La mattina dopo lasciamo che Francesco si riposi fino alle 11 per dargli modo di riprendersi.
Lo stress fisico cui siamo sottoposti inevitabilmente abbassa le difese immunitarie.
Partiamo con la consapevolezza che raggiungere Esfahan in giornata sarà un impresa ma ci proviamo.
Seguiamo la strada per Kermansha, poi Borujerd e qui prendiamo per Esfahan.
Se la mattina avevamo qualche dubbio sul raggiungimento o meno di Esfahan, poco prima di pranzo il dubbio diventa certezza quando la moto di Francesco perde il dado che blocca il pignone all’albero motore e si ferma.
Mentre Roberto, con la perizia di uno sminatore setaccia la strada in cerca dei pezzi io e Francesco smontiamo il carter e cerchiamo di porre rimedio.
Abbiamo un pignone e un dado in più per la sua moto ma manca la rondella di spessoramento, assolutamente necessaria, la filettatura dell’albero è andata e il dado non si avvita più.
Dopo i primi minuti di frustrazione, San Mac Gyver che infonde il suo spirito nel cuore dei viaggiatori disperati, con un raggio di luce illumina una lattina. Che dio benedica lo stronzo che l’ha lanciata fuori dal finestrino dell’auto.
Con del cartone facciamo una sagome della rondella, poi imprimiamo la forma al foglio di alluminio ricavato dalla lattina privata dei due tappi e con le forbici da elettricista ricaviamo 4 spessori in alluminio. Sigilliamo tutto con del metallo liquido e ripartiamo.
La riparazione tiene alla grande ma per sicurezza arrivati al villaggio successivo facciamo dare un bel punto di saldatura al dado.
Ci fermiamo a buio in una cittadina del tutto anonima.
Aligudarz è un posto dove non ci saremmo mai fermati nemmeno per sbaglio…ma siamo qua.
Sulla carta non ha niente da offrire e difatti non compare nemmeno sulla guida Lonely Planet quando cerchiamo nell’indice: “Aa, Al, Alu, no, niente non c’è!Come hai detto che si scrive?? Aligudarz !” eppure in questa città faremo l’esperienza più bella fatta fino ad ora.
Due idioti in motorella rischiano di far cadere Francesco nel tentativo mal riuscito di impennare.
Siamo esausti, provati, stanchi e quando accostiamo di fronte l’hotel Sky l’immancabile folla di persone ci accerchia.
Entriamo in quella che avrebbe potuto essere una ricevitoria, una tabaccheria, una macelleria, un ufficio, qualunque cosa ma non la reception di una qualsivoglia struttura ricettiva.
La persona dall’altra parte è al telefono e non ci degna che di uno sguardo. Riattacca, ci guarda e apre una nuova conversazione. “Ma allora sei stronzo! Dai Francesco andiamo via, dormiamo in tenda piuttosto!” e questo nostro sfogo deve essere stato colto anche se in una lingua diversa, perché arrivano tre bicchieri di latte caldo. Catapultati all’infanzia e col buon umore che sale dallo stomaco, facciamo la conoscenza di Saeed, un professore d’inglese dai modi gentili.
Intercede per noi, ci accoglie, ci spiega, tratta il prezzo. Ma chi siamo noi per lui? Perchè fai questo per noi? Lo sai che nessuno farebbe lo stesso per te da noi? Lo sai che per la maggior parte di “NOI” tu sei un islamico fanatico, uno di quelli da cui guardarsi le spalle? Scacciamo via questi pensieri con la paura che qualcuno possa scorgerli chissà come.
Saeed alla fine si congeda, chiedendoci cosa ne pensiamo dell’Iran e del suo popolo.
Beh, tutto il bene possibile.
Andiamo nelle nostre stanze e poco dopo rieccotelo di nuovo. Siamo felici di vederlo e la notizia che porta è tanto strana quanto sorprendente.
Uno dei due proprietari dell’albergo, Mr. Gilani, ci vuole ospiti nel ristorante al piano di sotto, inutile dire che se rifiutassimo ci rimarrebbero molto male.
Accettiamo nonostante la stanchezza.
Ci accolgono Saeed e Mr. Gilani su un baldacchino su cui sono distesi dei tappeti. Le portate sono abbondanti e il menù…beh lo conoscete ormai…ma tutto è buonissimo e, a coronare un desiderio ormai considerato inesaudibile, c’è anche la tanto agognata insalata verde!
Mr. Gilani è curioso, tramite Saeed ci chiede dell’Italia, dell’Europa, di noi e del perché abbiamo deciso di andare in Iran.
“Conoscervi!” è la nostra risposta. “A noi viene mostrato tramite la TV, che siete un popolo di estremisti islamici e fanatici religiosi.”
Saeed intervine dicendo: “E adesso, cosa pensate di noi?”
Noi proseguiamo: “pensiamo che solo l’incontro e lo scontro pacifico tra culture e civiltà così diverse può portare a una maggior comprensione dell’altro e che l’altro è solo un “NOI” che vede le cose in modo diverso ma non necessariamente sbagliato. Anche perché chi è che può decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato? Chi può sapere se ci sia davvero una ragione e un torto?”
Mr. Gilani appare soddisfatto della risposta e dice di essere rimasto colpito dai nostri modi gentili e dal nostro esserci alzati in piedi per rendergli omaggio quando è arrivato. Sono cose che non si aspettava da degli occidentali e ci ringrazia.
Parliamo molto di storia, di politica e di tanto altro.
Mentre parliamo fa la sua comparsa uno strano personaggio, si mette col viso a 30 cm dal mio e, trovate le parole giuste, mentre io cercavo di spiegare a Saeed il risorgimento italiano e le tristi vicende alterne della nostra patria, lo strano personaggio se ne esce con. “ Gallianiii!!” non posso che guardarlo stupito, mentre Roberto e Francesco diventano rossi in volto per trattenere le risate.
Lo guardo, lui mi guarda e poi: “San Sirooooo!” Sembra soddisfatto e quindi continuo con lo snodare l’attuale situazione politica italiana…“Ibraimovich!!”…poi battendosi la mano sul petto dice “Ibrahim!”.
Se non si fosse capito, Ibrahim è un patito di calcio, in particolar modo di quello italiano e averci lì è come aver conosciuto “Inzaghiii!”
Arriva Mr. Tavakoli, l’altro manager, ingegnere, geologo, inventore, mecenate di Aligudarz.
Un uomo dall’aspetto fiero e imponente, con i baffi neri e folti, dallo sguardo profondo incorniciato da dei capelli appena bianchi.
Mr. Tavakoli è felicissimo e ancor più curioso del suo socio, che ci spiega essere come un fratello per lui.
Ci regala una zuccheriera e una saliera con il simbolo del Loristan (la loro regione) e ci prega di rimanere ancora perché sarebbe onorato di portarci in giro per la sua bellissima regione ma ci vediamo costretti a declinare l’invito.
Mr. Tavakoli introduce poi suo nipote, mentre intanto viene servito l’immancabile Cay.
Non capiamo bene, ma suo nipote dice di essere un astronauta!! “un astronauta?abbiamo capito bene?cioè di quelli che vanno nello spazio?” evidentemente c’è stato un malinteso e infatti è un laureando in Fisica che per passione guarda le stelle.
Scopriamo poi, davanti ad un buon espresso italiano, da noi preparato con la moka, che Mr. Tavakoli ha un cavallo da corsa e che avrebbe piacere di mostrarcelo.
Saliamo quindi su due auto e ci rechiamo nel giardino dietro casa sua.
Il cavallo vive al piano terra di una palazzina in costruzione circondata da un terreno con alberi da frutto, recintato e con un grosso cancello in ferro all’ingresso.
Mentre il nipote monta il telescopio, noi facciamo visita a Catania (il cavallo), una bestia meravigliosa, splendidamente tenuta e per nulla impaurita dalla nostra presenza.
Dal telescopio la luna è magnifica, il mare della tranquillità brilla e sono visibili tutti i crateri del martoriato volto della luna.
Una strana struttura, che ricorda il guscio di un armadillo gigante, è accanto a noi. Mr. Tavakoli ci spiega di averla progettata e realizzata a seguito del devastante terremoto di Bam che colpì l’Iran 8 anni fa. Si tratta di uno scheletro metallico di salvataggio, da porre nelle case più vecchie, capace di mettere in salvo dai crolli le persone…non molto fashion ma funzionale.
Ci parla poi dell’estrazione del marmo e del granito, settore in cui lui è impegnato, della biblioteca appena costruita grazie alle sue donazioni e ci invita ad ammirare la città illuminata dall’alto di una collina.
Ora, quante volte abbiamo visto Firenze dall’alto, con il suo Duomo, Palazzo Vecchio, l’argenteo nastro dell’Arno che si tinge dei colori della luna e delle luci che vi si specchiano, quante? Eppure, a memoria nostra, difficilmente ci siamo emozionati come questo momento quassù, sorseggiando del succo di mango che Mr. Tavakoli si è fermato a comprare. Sembra una stupidaggine ma sono cose che difficilmente si capiscono senza averle sperimentate
Torniamo verso l’albergo ma, prima di andare a letto ci invitano a visitare la vicina moschea…“ma sono le tre di notte!Disturberemo, sicuro!”
Mr. Tavakoli ha già bussato tre volte sul monumentale portone e immediatamente un’assonnata ombra umana ci apre stropicciandosi il viso.
La moschea l’ha costruita il nonno di Tavakoli e porta il suo nome…ecco perché il tipo che ha aperto non si è incazzato nemmeno un po’!
Ci mostra le sepolture e il luogo dove un giorno anche lui riposerà; ma non c’è rammarico nè tristezza nella sua voce, solo una luce si scorge nei suoi occhi mentre, amorevole guarda le foto dei suoi cari defunti. Un uomo come pochi ne abbiamo incontrati. 
Andiamo a dormire, siamo stanchi ma felici di aver conosciuto queste persone che ci hanno regalato, senza nulla volere in cambio, frammenti della loro vita.
18 AGOSTO Ripartiamo l’indomani.
“Esfahān nesf-e jahān” ovvero “Isfahan è la metà del mondo”.
Dopo tortuoso girare, un lhori, uno di quei pick up blu che potete vedere un po’ ovunque in Iran, ci scorta fino ad Imam Square, la bellissima piazza centrale di Isfahan. Non sappiamo se davvero sia la metà del mondo, ma questa piazza di forma rettangolare è affascinante ed immensa. La moschea dello Scià, la bellissima terrazza del palazzo Safavidi (purtroppo in restauro) e i baazar ricavati nei portici lungo il perimetro della piazza ripagano della fatica fatta fin qui.
La polizia turistica ci ferma per porci alcune domande invitandoci a sederci per compilare un questionario e ci suggerisce l’albergo in cui andare. “Grazie del suggerimento”, ma 90€ a notte son tanti per noi e quindi prendiamo alloggio in una Guest House vicino al ponte Si-o-se Pol, il ponte dai 33 archi, bellissimo anche se il fatto che il fiume che attraversa sia in secca ormai da una paio di mesi lo rende un po’ meno affascinante.
La stanza è sporca e i letti disfatti dai precedenti clienti. “Se è uno scherzo, complimenti perché è ben riuscito, ma adesso se potreste dare una ripulita, ve ne saremmo grati.”
19 AGOSTO
La nostra giornata in giro per Esfahan cade di venerdì (giorno di riposo) e tutto è quindi chiuso. Decidiamo allora di parcheggiare le moto nell’unico parcheggio che le accetta e iniziamo il nostro giro della città come i più comuni turisti.
Non ci soffermiamo sul giro fatto, su dove siamo stati, ecc. ecc. Per quello c’è la “Lonely Planet” e il suo percorso consigliato. Possiamo però dirvi che vale la pena buttarla per perdersi nei vicoli, quelli meno frequentati dai turisti, degli enormi bazar.
Noi abbiamo fatto così e ci siamo ritrovati a vagare per due giorni attraverso realtà talvolta crude, come un quartiere smembrato dal passaggio dei lavori della metropolitana ma ancora tenacemente abitato da chi non se ne vuole andare, ai cumoli di macerie misti ad effetti personali che indicano che chi ci abitava non ha avuto tempo di portarli via, una scarpa, un orsetto di pezza, una foto.
Ma a noi Isfhan piace anche per questo, perché non si nasconde a chi ha gli occhi giusti per guardarla.
La sera ceniamo in Imam Square dopo aver comprato un po’ di Fereni (la tipica zuppa di legumi del posto). Durante il giorno non si può mangiare nè bere in pubblico, anche se verso i turisti c’è più tolleranza, della quale è comunque meglio non abusare, mentre alla sera le famiglie si radunano negli spazi verdi della città per cenare tutti insieme. Immaginatevi una piazza enorme dove si tiene un gigantesco pic-nic, con piatti di carta, con schiamazzi dei bambini e i discorsi degli adulti mentre le madri richiamano i bimbi alla calma.
Il ramazan, che ai nostri occhi sembrava una cosa così strana e inconcepibile, ci appare ora sotto una luce nuova. Quanti di noi possono dire di aver fatto un pic-nic all’aperto con la propria famiglia nell’ultimo mese? Ecco, qui tutte le sere, tutti si ritrovano e mangiano insieme al fresco della sera.
20 AGOSTO
Il giorno dopo bighelloniamo per i giardini di Isfhan e per i sonnolenti baazar chiusi. Vorremmo comprare un tappeto ma da che parte ci si rifà per farlo?
Si ferma una macchina, il signore ci propone di darci un passaggio fino al ponte Pol-e-Khaju con i suoi bellissimi portici, che al tramonto assume i colori caldi del sole che cede il posto alla notte.
Accettiamo e chiediamo a lui di indicarci un posto dove vedere dei tappeti di buona qualità.
Lui è ben lieto di farlo, dal momento che, siamo sicuri, riceverà una percentuale sui nostri acquisti dal mercante.
Ci accolgono in un negozio molto ben tenuto, il mercante prima di iniziare la trattativa e la scelta ci intrattiene in un ottimo inglese nella spiegazione su come nasce un tappeto, sulle diverse fatture e sui diversi stili.
Le sue spiegazioni corrispondono alle nozioni che in precedenza avevamo acquisito, proprio per evitare fregature, ovvero stile “city” o “nomad”, almeno un numero di nodi persiani e non turchi, superiore a 40 per centimetro quadrato, colori naturali, 100% lana possibilmente di collo di agnello.
Alla fine compriamo diversi tappeti a cifre trattate fino allo sfinimento.
Il mercante è sudato, a ogni rilancio suo si passa un fazzoletto sulla fronte e noi tenaci rilanciamo in basso.
Non lo facciamo perché il prezzo ci sembra solo alto, ma anche perché ci prendiamo un certo gusto, ci fa sentire carovanieri lungo la via della seta con muli meccanici.
Ogni volta che la spuntavamo il mercante faceva un gesto lascivo con la mano a dire “avete vinto voi, maledetti occidentali!”
Nel mezzo della trattativa portano del chai, poi scelti i capi e definito il prezzo ce li facciamo recapitare all’albergo, dove, in pieno stile “narcotraffico” saldiamo il conto in dollari, quanto avrei desiderato un sigaro, giusto per dare un tocco di stile in più a tutta la faccenda.
È bene sapere che si possono esportare non più di 20 mq di tappeti dall’Iran senza incorrere in pagamenti di dazi. Metrature superiori devono essere dichiarate oppure l’alternativa è, come nel nostro caso, un oretta di paura alla frontiera e nulla più.
Salutiamo Isfhan soddisfatti.
21 AGOSTO
Per raggiungere Shiraz da Isfahan ci sono due strade. La prima attraversa le bellissime valli dei monti Zagros, l’altra è la pianeggiante, desertica, desolata ma ben asfaltata statale 65.
Dal fatto che vi scriviamo che è desolata, desertica etc avrete già capito che abbiamo percorso la 65. I motivi? Velocità e un certo senso di sazietà rispetto ai passi montani e alle strade strette e impervie.
La statale 65 offre dei bei paesaggi e a tratti cose inspiegabili; ne sono un esempio una lunga serie di piccole casette affiancate da un enorme garage con dentro molti fusti anneriti e rugginosi. Ce ne saranno…che so??? una quindicina di queste costruzioni.
Ebbene, sono tutte delle officine dove tutti fanno la stessa cosa, cambio dell’olio e piccole riparazioni.
Ma perché?Perchè tutti fanno la stessa cosa in un angolo così remoto del paese?Un alimentari?qualcuno che vende capre?
Il paesaggio cambia in modo imprevedibile, a volte ci troviamo ad attraversare distese piatte e brulle con i monti appena visibili in lontananza e altre volte, improvvisamente, ci troviamo in strette vallate circondati da monti cotti dal sole come mattoni.
Arriviamo a Shiraz nel tardo pomeriggio.
La prima impressione non è positiva e come sempre abbiamo delle difficoltà a trovare il centro e l’albergo scelto dalla guida. “Economico, con parcheggio, stanze pulite e lavatrice” stando a quanto dice la guida. L’hotel Zand è in realtà tutt’altro che pulito, tant’è vero che la prima stanza che ci assegnano, senza bagno, è già occupata da un enorme piattola stecchita sul pavimento.
La lavatrice non c’è e la cucina comune ricorda molto la cambusa putrescente di un carcere…ma possiamo parcheggiare le moto nel cortile interno, quindi restiamo. Roberto è schifato, Francesco troppo impegnato nel cercare di riparare le pinze dei freni per darsene pensiero e io che mi do da fare per sistemare il sacco a pelo così da evitare ogni contatto con le lenzuola.
Lavati e “stirati” iniziamo a cercare un ristorante e nel farlo ci imbattiamo nel bellissimo castello Arge Karim Khani, con i suoi imponenti torrioni che sovrastano l’enorme parco antiastante.
L’ingresso costa una sciocchezza. Il bellissimo frutteto al suo interno è diviso in due parti da un enorme vasca con acqua limpida in cui si riflettono gli edifici interni alle mura, che ospitano una collezione di abiti tradizionali persiani e la riproduzione di quella che doveva essere la vita di corte ai tempi dello Sha.
Shiraz è la città verde dell’Iran, i parchi sono curatissimi e pieni di persone che passeggiano o semplicemente trovano un po’ di riparo dalla caldo torrido.
La cosa buffa è che trotterellando per uno di questi parchi incontriamo un cattolico. Ci dice che in tutta Shiraz sono in quattro e che spesso vanno a pregare nella cappella dell’ambasciata italiana di Theran. È l’unico fanatico religioso che incontriamo se la cosa vi può interessare.
Con i crampi allo stomaco, troviamo un ristorante ricavato in uno scantinato dove, a dispetto delle aspettative, abbiamo mangiato veramente bene…senza particolari variazioni sul consueto menù a base di kebab e zuppe di pollo.
Prima di coricarci, facciamo due passi in una grossa via del centro dove ci accoglie un grande mercato all’aperto con gente che urla per esporre la propria merce, friggitori, “kebabbari”, mendicanti e odori di cibo, di spezie e di tessuti che ti stordiscono per quanto si sovrappongono velocemente.
Le gambe cedono lentamente e a un certo punto siamo talmente esausti che ci trasciniamo letteralmente fino ai nostri giacigli.
Francesco avrà anche la fortuna di avere compagnia per la notte…una piattola!
Lo sapevamo che in fondo sono insetti socievoli!
22 AGOSTO
La mattina siamo ben felici di lasciare il nostro albergo e ripercorriamo a ritroso la statale 65 fino all’altezza di Suemaq, dove troviamo il bivio per Yazd e un’altra piacevole sorpresa!Goffredo!
Ne ha fatta di strada anche lui e come noi è diretto a Yazd, dove ci diamo appuntamento per la sera alla pensione Orient.
Proseguiamo più veloci di lui, ma andiamo poco lontano perché ad Abarkuh incontriamo il primo caravanserraglio, nascosto da una zona industriale di recente edificazione che, nonostante tutta il cemento vomitato lì intorno, non riesce a far impallidire minimamente la bellezza della struttura. Alte mura di cinta con i torrioni agli angoli, tutto realizzato in fango paglia e qualche mattone per creare piccoli bassorilievi. Al centro della cinta muraria un fabbricato su due livelli con imponenti archi e volte.
Non è difficile immaginare file di dromedari che entrano dal portale in legno di cedro carichi di merci , gli odori d’incenso, le voci dei mercanti e degli schiavi che allestiscono le tende, foraggiano le bestie e parlano mangiando datteri e bevendo latte di capra, rischiarati in volto dal focolare del bivacco.
Ripartiamo e lungo la strada troviamo un altro caravanserraglio, anche più bello del precedente, isolato nel mezzo di una landa pianeggiante caratterizzata da un unico sperone di roccia su cui hanno costruito un castello a protezione del caravanserraglio. Dal torrione più alto, situato sulla cime dello sperone si vede lontano l’orizzonte tremolante per l’arsura e il deserto striato di bianco sale misto a polvere e sabbia.
Poco prima di Dehshir decidiamo di mettere un po’le ruote fuori dal tracciato stradale, il caldo è sopportabile, il vento un po’ meno.
Il paesaggio è marziano, inospitale; più che moto le nostre cavalcature sembrano rover lunari. Si muovono per niente goffe, lasciando una traccia dietro di se impressa nella sabbia dura. Come si spiega il deserto a chi non lo conosce? Lo si spiega male, ma traendo spunto dal libro di Valerio Massimo Manfredi “la Torre della Solitudine”: “Il deserto è come un crogiolo: brucia tutto quello che è in falso equilibrio e alla fine non resta che la vera sostanza di cui un uomo è fatto.”
Di più è difficile aggiungere e sarebbe superfluo farlo. Alla fine è giusto che ognuno sperimenti sulla propria pelle il calore, la sabbia, la polvere e l’immensità che si può respirare in tali luoghi.
La strada curva e poi scende!
È impressionante. E’ una lunga, lunghissima discesa che porta da un girone infernale all’altro, come se qualcuno con uno strano senso dell’umorismo avesse preso il piano desertico e l’avesse piegato verso il basso; si vede l’orizzonte lontano e questa discesa senza una solo curva ad interromperne la continuità.
Poco prima di Yazd incontriamo Taft, un’oasi verdissima!
Ne restiamo impressionati..da dove siamo passati per arrivare qui? Cosa centra tutto questo con quello che abbiamo attraversato poco fa?
Yazd è poche decine di chilometri più in là.
Del colore della sabbia, perfettamente integrata con l’ambiente desertico circostante, sorge dalle sabbie dorata come un miraggio.
Su tutto capeggiano i bagdir, o torri del vento, un sistema di refrigerazione composto da torri con delle fessure che catturano anche il minimo alito di vento e lo convogliano verso il basso attraversando tubi pieni di acqua. L’aria fredda che si genera scende nella case sottostanti e l’aria calda più leggera, viene espulsa dal bagdir stesso.
Questo sistema lo usano da centinaia di anni e, incredibile ma vero, la temperatura nelle case è veramente piacevole.
Inutile dire il pensiero va ai nostri anti-economici condizionatori attaccati alle pareti esterne dei nostri orribili palazzi.
Qui tutto è armonia.
Ritroviamo Goffredo e prendiamo alloggio all’Orient Hotel, piacevole ed economico, caratterizzato da un bel patio interno con piante e una vasca d’acqua su cui si affacciano le camere.
Doccia e poi ci dedichiamo al giro di Yazd.
La moschea del Jamee è proprio accanto a noi e da lì imbocchiamo i vicoli del baazar coperto.
I baazar sono il luogo in cui si articola la vita sociale delle città, qui si concludono affari, s’incontrano persone intrattenendosi davanti a un cay o con una partita di backgammon.
Compriamo delle focacce appena fatte in un forno. E’ incredibile la velocità con cui il panettiere prende la pallina di pasta, la schiaccia, la spiana e con un unico movimento fluido la pone sul rullo che la porterà nel forno per la cottura.
Buona la focaccia calda mangiata passeggiando, nonostante il divieto imposto dal ramadan a dire il vero, anche se ci pare di aver notato che le regole al sud siano un po’ meno ferree.
Una signora anziana avvolta in un abito nero si ferma per salutarci. Roberto nota una ciotola stretta tra le sue mani e le chiede che cosa sia. Lei per tutta risposta ci invita a immergere il pane appena comprato in una specie di gelatina a base di limone…ottima!
Arriviamo alla tomba dei 12 imam, anche se i corpi non ci sono. La tomba è solo commemorativa e a dire il vero gli imam sono 11 perché il dodicesimo lo stanno ancora aspettando.
La leggenda vuole che sia scappato in Iraq per sfuggire alle persecuzioni degli Shà e che non sia morto, ma riposi in attesa dei tempi maturi per riportare la pace in Iran.
Yazd è incantevole è la città più bella in assoluto vista fin’ora, qui il tempo si è cristallizzato davvero.
Ci ritiriamo per la cena, in un ristorante consigliato dalla “Lonely”, l’ultimo a cui diamo retta perché è tremendo!
23 AGOSTO
La mattina partiamo con Goffredo di buon ora.
Un tassista si accosta e ci chiede dove andiamo “he! Bella domanda! Dove andiamo? A breve termine ci occorre della benzina, poi… chissà!”
Ci accompagna alla pompa di benzina e poi ci scorta fuori da Yazd nella giusta direzione.
Gli offriamo dei rial per il disturbo ma non accetta, ponendosi la mano sul cuore e accennando un inchino.
Goffredo ci saluta, lui è diretto a ovest verso Mashhad mentre noi a nord-ovest verso Chak Chak.
Imbocchiamo la strada per Hasanabad e pochi chilometri dopo un eroso cartello indica dove inizia la pista sterrata che dopo 30km di polvere e terra ci porta alla base del monte in cui è incastonata Chak Chak.
Ce l’aspettavamo diversa.
Sono una serie di costruzioni moderne agganciate alla parete verticale di questa montagna.
La leggenda narra che una principessa zoroastriana in fuga dalle invasioni arabe del sud si sia fermata in questa zona del paese.
Assetata, abbia mandato dei servi a cercare dell’acqua e che questa sia sgorgata dalla parete di una grotta di questo monte e l’evento miracoloso venne attribuito al Dio Zoroastro.
Una lunga scalinata porta alla grotta dove, a pagamento, è possibile sentire il rumore delle gocce che cadono avvolto dall’odore intendo degli incensi.
Alla fine non è poi così male come esperienza.
Riprendiamo la strada per Khur.
Da Chak Chak in poi la musica cambia, i monti non possono nulla e cedono il passo all’ovattato deserto del Kavir.
Piatto che più piatto sarebbe difficile immaginarlo, arido, bollente, striato da mille varianti di ocra. In una semplice parola: impressionante.
Se per sbaglio si apre la visiera sembra di infilare la testa in un forno, ma stranamente non sudiamo, o meglio, il sudore non fa in tempo a formarsi che viene subito asciugato.
A un certo punto Mher Jan, un Oasi con la “O” maiuscola.
Palme, castello abbandonato, torre del silenzio, campi coltivati e… acqua!
Come ve la immaginate un’oasi? Ecco, Mher Jan è quanto di più simile alla vostra immaginazione.
Certo, di contro c’è da dire che qualunque posto con vegetazione e acqua dopo chilometri di deserto, apparirebbe come un Oasi.
Garmeh invece delude, anche se l’enorme coltivazione di datteri alle sue spalle, con più di 40 specie di palme appaga del viaggio fin qui.
Arriviamo a Khur, la città più grande di questa porzione di Iran formato sabbia e roccia.
A Khur c’è solo un albergo, molto bello e ben tenuto ma chiedono 60$ e noi vorremmo spendere molto meno.
Francesco concorda un prezzo abbastanza buono per poter mettere la tenda nel giardino dell’albergo.
Io noto uno strano rumore alla catena di trasmissione…vabbè dai sarà solo lenta!
Montiamo la tenda, smontiamo le moto, Roberto e Francesco vanno a prendere qualcosa da mangiare al baazar, io smonto la trasmissione.
La catena è bloccata in più punti e ad ogni giro “strappa”. Un bel problema insomma e ormai, sia grasso che lubrificazione servono a poco, speriamo solo che regga fino a casa.
Cuciniamo una pasta tonno e pomodoro che può solo essere definita commestibile ma non certo buona. D’altra parte questo abbiamo e mangiare sotto un cielo stellato non ha prezzo.
Mentre compiliamo i “form” per l’albergo notiamo una foto con delle belle dune sullo sfondo e chiedo se sono sulla strada per Jandagh, ma il gestore risponde che non ci sono dune su quella strada e ci indica una strada sabbiosa alternativa che passa dal villaggio di Mesr.
Infatti è quella che imboccheremo la mattina seguente.
24 AGOSTO
Quaggiù non passa davvero nessuno, possiamo lasciare le moto cariche e con le chiavi nel quadro per giorni, volendo!
E poi finalmente, dopo una lunga pista polverosa eccole, le dune del deserto del Kavir.
Ovvio, la tentazione di emulare i vari Meoni, Orioli, ecc. è forte dimenticando che:
- Non abbiamo ruote adatte;
- Siamo carichi come somari;
- Il buonsenso ha cambiato residenza due anni fa e l’intelligenza si è rifatta una vita per conto suo;
rimango insabbiato dopo pochi metri.
Ma poco male, vuoi mettere farsi la foto mentre disinsabbi la moto sotto queste dune?
Molliamo tutto e ci avviamo verso quella più alta.
Sulla sabbia ci sono le tracce di scorpioni, serpenti, stercorari e qua è là qualche impronta di antilope (o simili).
Il silenzio è rotto solo dal frusciare di qualche sterpo, tutto intorno è un mare dalle onde dorate immobili.
La sabbia cede sotto i nostri passi e si rimodella continuamente, segno che l’immobilità è solo apparente quaggiù.
Ognuno si raccoglie in se, è talmente tanto tempo che aspettavamo questo momento.
Ripartiamo a malincuore.
A Siyang avremmo dovuto trovare il bivio per Semnan, ma ogni volta che chiediamo ci mandano più avanti.
Ci fermiamo in una tavola calda per camionisti e mangiamo pollo, kebab, riso pilav con zafferano e un pomodoro grigliato.
Il gestore, ometto simpatico ci dice che in Iran gli alcolici sono proibiti ma che a lui interessa poco e che quando può cerca di farsi un goccetto, mentre per le donne consiglia il Turkmenistan.
Ma qual è la pena per chi viene sorpreso a bere?
Lui ci dice che sono 70 frustate in piazza per chi beve e l’impiccagione per chi importa merce illegale. Ma lui non se ne cura, preferirebbe morire impiccato piuttosto che rinunciare alle sue libertà.
Invita Francesco al tavolo, offrendogli da bere e da fumare.
Dopo molti ringraziamenti e un saluto sincero procediamo oltre…ma sto bivio? Più avanti..si ma avanti quanto?
Alla fine arriviamo a Damghan: quasi 200 chilometri fuori rotta rispetto al previsto!
La strada per arrivare fin qui è una piana arida e il vento è fortissimo e le moto sono inclinate come barche a vela.
A Damghan il misfatto!
L’idea era di raggiungere Tehran, ma mentre procediamo verso il centro città, appena usciti dall’ultimo lembo desertico una macchina della polizia ci arriva alle spalle.
Accende i lampeggianti e ci intima di fermarci.
Un poliziotto dal sorriso tagliente ci chiede i passaporti, li prende e ci fa segno di seguirlo.
Abbiamo alternativa?
Arriviamo dopo svariati chilometri alla comando di Polizia, ci fanno spengere le moto, prendono anche i libretti e ci lasciano lì, nella loggia antistante gli uffici.
E adesso?
Ci offrono dell’acqua…mmm…ma non è ramadan? Vogliono vedere come reagiamo? Vogliono fregarci nel caso la beviamo? Vogliono…boh? Ma che vogliono questi?
Tre ore, tre lunghissime ore passate, a chiedere di palesare i motivi del fermo all’unico poliziotto che parla inglese a un livello elementare tale che mi chiede ogni volta come stò:
“è il caso che chiamo l’ambasciata?”
“how are you?”
“fine, thanks..può dirci perché siamo qui?”
“no problem!”
“certo certo “no problem” Perché siamo fermi?”
“you…wait!”
E grazie tante.
Dopo due ore arriva una macchina, ne escono due in borghese uno dei quali aggeggia con le moto al ché reagiamo con un grugnito e cenni di dissenso molto, molto convincenti.
Peccato che quello che “aggeggiava”fosse l’autista dell’auto del comandante, arrivato appositamente per noi da Damghan.
Ci interroga, anche se cerca di non farlo sembrare un interrogatorio ma una chiacchierata tra amici.
Perché siete qui? cosa ci facevate lì? dove andate? chi siete? siete turisti? Se si, di dove? hai ucciso tu Kennedy? Se si hai fatto bene perché non ci piacciono gli yankee…Siete italiani? ah si?e di dove? che fate? che farete? dove andrete? ecc. ecc.
Ad ogni domanda si fa un appunto e ad ogni risposta scrive qualcosa in lingua Parsi.
Alla fine di chiedono di firmare un foglio.
Ma che c’è scritto? Facciamo una “x” o poco più…abbiamo alternativa?
La giornata è andata, arriviamo appena in tempo a Samnan e Teheran è ancora lontana.
La guida tace, ovvero non ci sono alberghi segnalati qui, del resto, in che modo questa città potrebbe attirare il turista medio?
Eppure anche qui riusciamo a fare una delle esperienze più belle, ancora una volta grazie alle persone e non ai luoghi.
Una motoretta ci accompagna alla base di un enorme edificio in cemento armato, nella rotonda antistante c’è un elicottero da guerra, monumento ai caduti della guerra Iran – Iraq.
Non capiamo, non ci sono insegne, non c’è una guest house e non c’è un ostello perché siamo qui?
Ma i ragazzi sulla motoretta non parlano una parola di quelle che noi conosciamo e quindi ci fanno capire che dobbiamo pazientare.
Dopo un po’ arriva un omone grosso con una voglia sotto l’occhio.
Lui ha un appartamento in quel casermone e ce lo affitterebbe, ma la comunicazione è complicata.
Si ferma una macchina.
Ne scendono due ragazze, molto carine.
Sudèh e Samanè sono sorelle. Sono state chiamate da loro padre, amico dell’omone grosso, per farci da traduttrici.
Sudèh studia inglese all’università di Cipro e la sorella Finanza.
Ci fanno da interpreti e grazie a loro riusciamo a spuntare il prezzo di 30$ per la notte in un appartamento con le finestre che danno su una corte interna due metri per due.
Sudèh ci invita a cena e noi accettiamo.
Ci vengono a prendere dopo circa 45 minuti, giusto il tempo di lasciare le moto nel garage dell’omone e di una doccia.
In auto col padre di Sudèh facciamo un giro di Samnan, che, vista con gli occhi di chi ci abita e te la racconta non è poi così male.
Compriamo dei meloni gialli, una varietà tipica del posto, buonissima e zuccherina e il padre di Sudè ne compra due in più e ce li regala per la colazione dell’indomani.
A casa di Sudèh e Samanè scopriamo che il padre è un professore di storia.
È piacevole passare la serata con loro e gli argomenti sono dei più vari.
Ci dispiace non poter scrivere di più di questo momento passato con loro e col padre parlando dell’Iran e della sua storia, ma laggiù le cose non vanno come da noi e certe cose idee devono restare tali, almeno fino a quando non cambierà il momento storico.
Ad ogni modo, possiamo dire che la cena è stata unica e Roberto ha trovato finalmente risposta alle sua domanda: “ma anche in casa mangiavano sempre le stesse cose?”… la risposta è “si”.
25 AGOSTO
Partiamo alla volta di Teheran!
Rimaniamo talmente sconvolti dal traffico, dallo stile di guida e dalla pericolosità delle strade che decidiamo all’unanimità di tirare dritto fino a Tabriz!!
Alla nostra sinistra ci accompagnava il piacevole profilo dei monti che separano la piana di Teheran dalla valle di Aras e dal Caspio.
Arriviamo a Tabriz nel pomeriggio.
Veramente molto bella e ben tenuta, Tabriz ospita il baazar più antico e grande dell’Iran, solo che alcune recenti ristrutturazioni lo hanno reso irriconoscibile e la parte vecchia si scorge solo in alcuni tratti.
L’ostello è senza bagno in camera, ma con un unico bagno comune separato dalla doccia, non certo il massimo.
La sera passeggiamo per le strade, il clima è fresco e tira una brezza poco piacevole.
Ci fermiamo in un chioschino all’aperto e prendiamo dei pezzetti di carne alla griglia su un lungo spiedo: cuore arrostito, piadina con dentro una patata lessa, un uovo sodo semicrudo e menta, che detta così potrà sembrare un intruglio poco gradevole mentre invece è risultato essere un azzardo azzeccato!
26 AGOSTO
La mattina ci svegliamo di buon ora, vogliamo attraversare la frontiera e raggiungere Erzerum, o almeno, questo è quello che ci piacerebbe.
Ma prima cerchiamo qualcosa da mangiare :…mmm, il baazar è chiuso e in Iran non c’è niente di simile a un bar.
Troviamo un negozio che vende miele e vediamo che tutti ne escono con un bicchiere con dentro del formaggio morbido e miele. Vada per quello anche per noi ma accompagnato da una focaccia calda.
Arriviamo alla frontiera con la Turchia.
Macchine bloccate, gente che sbraita, clacson e chi più ne ha più ne metta, sono i colori di un quadro molto colorato che caratterizza spesso questi ambienti.
Ci facciamo aiutare da uno che dice di essere uno della polizia turistica, mah?Sarà!?
A noi sembra uno dei tanti faccendieri che non è difficile trovare alle frontiere, anche se c’è da dire che le pratiche doganali con lui sono spedite.
Prima bisogna andare in ufficio all’interno per fare l’uscita dei veicoli, poi apposta la firma di un funzionario sul retro del carnet usciamo di nuovo e bisogna cercare un altro tizio”ha gli occhiali?” “no!” “è Jonathan?”sembra davvero di giocare a indovina chi, perché il funzionario che cerchiamo si confonde tra le persone.
Una volta trovato letteralmente lo trasciniamo alle moto, dove libretto alla mano, verifica i numeri di telaio e del motore e appone anche lui la sua firma sul retro del documento.
Da qui ci attendono altri due uffici ma tutto sommato è quasi divertente, fino a quando non dicono che per l’Iran occorreva una targa speciale che casualmente noi non abbiamo e di cui avremmo dovuto essere a conoscenza; pena la multa.
Ho la prontezza di rispondere che si, sapevamo della targa(cosa assolutamente non vera, perché non esiste una targa speciale, la cosa vale solo per loro che hanno le targhe in numeri arabi, per uscire dal paese) ma che una convenzione tra Italia e Iran annullava questo problema.
Il funzionario mi guarda stranito, troppo incerto sul da farsi dal momento che nello sciolinare la cosa avevo assunto un atteggiamento grave, severo e sicuro.
Mi risponde che si è vero e che la multa per questa volta non sarà fatta.
Il sedicente poliziotto turistico non si arrende e ci chiede di pagare una non meglio precisata tassa “for the bank of the custom border, you have to pay 30 USD each one!” certo, certo, aspetta che me lo scrivo t r e n t a d o l l a r i ognuno, come no. Ci frughiamo in tasca e gli diamo poco più di 15€ tra turk lira e qualche moneta.
Attraversiamo la frontiera e siamo in Turchia di nuovo!
Qui ci tengono 7 ore bloccati a causa di un errore d registrazione delle nostre moto all’ingresso in Turchia dalla Grecia. Il grasso poliziotto che “si fa carico” del problema, continua a ripetere “Esendere problem”, mettendo a dura prova la pazienza di tutti. Francesco mi trattiene a fatica mentre gli dico che il problema è nato dalla loro incompetenza e quindi è un problema loro. Allo scadere delle 7 ore dopo ci dicono che possiamo andare, ma non prima di aver passato la moto di Francesco ai raggi X “ma non potevate farlo prima?”
Messe le ruote sul suolo turco e sbollita l’arrabbiatura accumulata in frontiera, ci fermiamo a Dogubayazit a vedere la fortezza arroccata sul monte da cui si gode di una vista splendida sulla vallata dell’Arat, (alto piùdi 5.000 mt.) che troneggia al nostro fianco con le vette innevate e avvolte da una fitta coltre di nubi.
Erzerum è fuori discussione, decidiamo di proseguire fino a quando sarà possibile e prima di buio cercare un posto dove piantare la tende.
E così facciamo, anche se le temperature sono veramente basse qui!
Troviamo il cantiere di una casa in costruzione poco distante dalla strada principale.
Nascondiamo le moto sul retro ed entriamo nello scheletro della villetta.
Sacchi di cemento, attrezzi da lavoro, e un fornellino che usiamo per preparare la cena, pasta al pomodoro, che si rivela essere concentrato e fagioli all’uccelletta.
Il cielo è pieno di stelle, non c’è luna e le luci qui sono pressoché assenti.
Si distingue la via lattea e buona parte delle costellazioni.
Fa freddo, anzi freddissimo!
I materassini isolano dal pavimento, ma i sacchi a pelo sono troppo leggeri per controbattere al vento freddo che viene della finestra senza imposte.
L’idea di montare la tenda all’interno sarebbe stata buona se lo avessimo fatto!
La notte trascorre fredda e sotto un diluvio, con gli orecchi tesi ad ogni rumore sospetto.
27 AGOSTO
Alle cinque siamo in piedi onde evitare incontri con gli operai del cantiere anche se abbiamo cercato di lasciare meno tracce possibili della nostra presenza.
Ci sono 4°; un freddo cane insomma. Il fiato condensa e il sole ancora non si vede! Mettiamo gli impermeabili sopra i giubbotti per ridurre la dispersione di calore ma le mani congelano peggio che d’inverno.
Ed eccole!!!
Le famose strade turche non tardano a farsi trovare!! E il primo ad accorgersene è Francesco che viene colpito da un sasso scagliato da un autobus appena sopra la ginocchiera.
Si prosegue fino a Erzerum e lungo questa strada troviamo un incidente dove una macchina si è incastonata dentro un autobus.
L’incidente è sulla corsia opposta alla nostra, ma allora perché è tutto fermo?
Fino al luogo dell’impatto avrebbe anche potuto essere comprensibile ma la coda va molto oltre in ambo i sensi.
Morale, i quasi 20 km e più di coda sono causati da quelli che, sulla corsia opposta, vedendo che non si scorre, invadono senza problemi la corsia del senso opposto di marcia bloccando quindi tutto! Addirittura un autobetoniera è rimasta incastrata di traverso sul cordolo che divide le due carreggiate!
Incredibile se non lo vedi con i tuoi occhi!
La mia catena nel mentre è sempre più rumorosa e sempre più spesso sono costretto a mettere in tensione i registri.
Sull’ennesimo sterrato, Roberto e Francesco mi precedono quando a un certo punto sento il rumore del motore che sale di giri e la moto inchioda!
Per fortuna che siamo su uno sterrato, perché la ruota bloccata dalla catena ormai avvolta intorno al mozzo, scivola sullo sterro permettendomi di gestire un minimo la cosa.
Mi fermo. Mentre aspetto che gli altri si accorgano di me e tornino indietro, prendo delle grosse pietre e faccio un cordolo che tenga lontano le macchine e i camion da me e dalla moto.
Si ferma una macchina e ne scendono 4 volenterosi ragazzi che vogliono aiutarmi a tutti costi.
Cercano, nonostante le mie vive proteste, di rimettere la catena come fosse di una bicicletta.
Alla fine desistono, si lavano le mani col sapone appeso al telaio della moto e se ne vanno soddisfatti mentre io comincio a smontare i registri.
Arrivano anche gli altri ma…..così andremo poco lontani!









